Correzione fraterna: raffinatezza d’amore

La correzione fraterna, lungi dall’essere un giudizio di condanna, è la suprema espressione dell’amore che cerca di evitare il peccato e salvare le anime.

6 settembre – XXIII Domenica del Tempo Ordinario(Ez 33, 7-9; Sal 94; Rm 13, 8-10; Mt 18, 15-20)

Il brano del Vangelo di questa Liturgia domenicale si trova tra due passaggi che gli conferiscono pieno significato. Innanzitutto, l’ammonimento che lo precede: «Così il Padre vostro celeste non vuole che si perda neanche uno solo di questi piccoli» (Mt 18, 14).

Nel dettare le norme per la correzione fraterna, in questa domenica, il Divin Maestro elenca alcuni poteri conferiti ai suoi discepoli: giudicare i peccatori pubblici, legare e sciogliere sulla terra e in Cielo, impetrare infallibilmente presso Dio e renderLo presente laddove i fedeli si riuniscono nel Suo nome. Tutte queste facoltà, però, sono ordinate al fine ultimo della Chiesa: la salvezza delle anime.

Essa è talmente desiderata da Dio che, come attesta la prima lettura di questa domenica, Egli impone a Ezechiele l’obbligo di ammonire il peccatore, della cui salvezza eterna il profeta dovrà rendere conto qualora ometta di farlo. Avanzando di due versetti oltre a quelli designati per questa Liturgia, troviamo: «Com’è vero ch’io vivo – oracolo del Signore Dio – io non godo della morte dell’empio, ma che l’empio desista dalla sua condotta e viva!» (Ez 33, 11). Si tratta, dunque, della correzione fraterna già prescritta nell’Antico Testamento, finalizzata al cambiamento di condotta e alla conseguente salvezza.

Il motore e la ragion d’essere di questa correzione sono indicati da San Paolo nella seconda lettura: l’amore, dal quale dipendono tutti i Comandamenti. Quanto tutto questo si discosta dalla mentalità contemporanea, che confonde l’amore con l’accettazione passiva dell’errore altrui! La presente combinazione di testi sacri insegna il contrario: amare qualcuno significa fare il possibile affinché in lui si realizzino i disegni divini, soprattutto aiutandolo a evitare il peccato.

Nel modo graduale con cui Gesù ordina di procedere alla correzione traspare la carità: prima di tutto, correggere a tu per tu, in privato – «Se ti ascolterà, avrai guadagnato il tuo fratello» (Mt 18, 15). Se a questo rimprovero segreto è mancata la docilità, la presenza di testimoni può ancora convincere il colpevole ad abbandonare la cattiva strada. Tuttavia, se nemmeno così egli si ravvede, allora la carità si riveste di un carattere più ampio: per la virtù della giustizia, il colpevole ostinato viene punito e trattato come un peccatore pubblico, al fine di evitare lo scandalo e dissuadere gli incauti.

In ogni caso, sul peccatore, qualora si penta, aleggia sempre la possibilità del perdono, fine principale della correzione fraterna. Di questo perdono illimitato il Divin Redentore parlerà nella pericope seguente, avvalendoSi dell’eloquente parabola del debitore spietato (cfr. Mt 18, 21-35).

Così, attraverso la disposizione di questi passi evangelici, il Divin Maestro ci insegna che la correzione fraterna nasce dal desiderio di salvare le anime e sboccia nel perdono, entrambi frutti raffinati dell’amore, il quale, a sua volta, è «pieno compimento della legge» (Rm 13, 10). 

 

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