Nel contemplare il Bambino Gesù, la Madonna aveva per Lui un affetto pieno di ammirazione, in primo luogo perché Lo considerava come Dio e in secondo luogo perché lo considerava nella sua fragilità umana.

 

Nel meditare sul rapporto di Maria Santissima con il suo Divin Figlio ancora bambino, considereremo l’adorazione della creatura verso il suo Dio e il suo Creatore e, allo stesso tempo, l’affetto di quella Madre celeste verso il suo unico e incomparabile Figlio.

L’ammirazione è il fondamento dell’amore

Essendo modello di umiltà, la Madonna non si sarebbe avvicinata al Bambino-Dio senza prima averGli manifestato tutto il rispetto e l’ammirazione che meritava. Sapendo che suo Figlio, in quanto creatura, era la chiave di volta della Creazione, Ella non poteva non porsi in questa posizione umile dinanzi al Salvatore.

La più alta delle creature è così infinitamente al di sotto del Creatore che può parlare a Nostro Signore come se fosse l’ultima. Ad esempio, se una persona si ritenesse più vicina al Sole perché misura dieci centimetri in più rispetto all’uomo comune, scoppieremmo a ridere, perché è tale la distanza tra la Terra e il Sole che occorrerebbe chiedersi: cosa sono dieci centimetri in confronto ad essa?

Essendo Dio infinito, anche l’immensa distanza che separa la Madonna da tutti noi è piccola se paragonata a quella che La separa da Nostro Signore.

Vergine Bianca, Scuola di Ibarra (Ecuador) –
Casa Turris Eburnea, Caieiras (Brasile)

È comprensibile, quindi, la serie di atti di umiltà che Ella compiva alla presenza di Gesù Bambino e che non si basavano su considerazioni egocentriche ma teocentriche. La Madonna non diceva “sono l’ultima delle creature”, ma aveva in mente, più che la propria contingenza, l’infinita grandezza di Dio. Pertanto, le sue manifestazioni di affetto iniziavano con atti di ammirazione.

In questo c’è un ordine logico che merita un rapido commento. Quando vogliamo molto bene a qualcuno, dobbiamo cominciare con l’ammirarlo. Perché l’ammirazione è il fondamento del vero amore.

La Santissima Vergine aveva davanti a Sé Colui che, come uomo, era la più mirabile di tutte le creature, e come Uomo-Dio, ipostaticamente unito alla Seconda Persona della Santissima Trinità, era infinitamente al di sopra di tutto. Non ci sono parole per esprimere l’ammirazione che questo merita, né per esprimere sufficientemente l’amore così suscitato, perché questo fluisce dall’ammirazione.

Contemplare nel fragile Bambino l’infinita grandezza di Dio

Evidentemente, le ragioni che Maria Santissima aveva per amare suo Figlio appena nato erano ben al di sopra del fatto che fosse bello e simpatico.  Considerazioni del genere hanno il loro ruolo legittimo, ma non costituiscono la considerazione principale. Molta gente immagina che la Madonna abbia guardato il Bambino Gesù e abbia detto: “Che bambolotto carino!” Questo, però, non sarebbe stato assolutamente all’altezza delle circostanze.

La Madre di Dio sapeva per rivelazione divina fatta direttamente a Lei, che il Figlio in Lei generato era la Seconda Persona della Santissima Trinità. Pertanto, il suo stupore nel contemplarLo per la prima volta fu: “Così deboluccio, così piccolo, Egli però è Dio, nella sua infinita grandezza e nella sua incommensurabile ammirabilità. Dio è qui!”

Il Suo pensiero salì fino all’Altissimo, considerando ciò che Egli ha di grandioso, e poi si rivolse al Bambino. Poté così misurare la distanza che c’è tra l’Uno e l’Altro, la profondità dell’unione ipostatica e la gloria che questa unione fa fluire a torrenti su quel Bambino. Solo dopo Lo scrutò con affetto di madre e vide nel Suo sguardo il sole di Dio che si fa riflettere. Fu in questo momento che subentrò la tenerezza materna per il Figlio, così piccolo.

Ammirazione e affetto: due posizioni dell’anima correlate

Tuttavia, l’ammirazione in questo momento non scompare per lasciare spazio al puro affetto, perché se morisse, morirebbe anche l’affetto; così come morendo l’affetto, muore anche l’ammirazione. Si tratta di due posizioni dell’anima correlate.

Sacra Famiglia – Duomo di Prato

Quando una buona madre ha un bebè, si lascia intenerire dal bambino. Ma dovrebbe esserci, anche se nel suo subconscio, la seguente idea: “Quanta grandezza c’è nel fatto che una creatura è chiamata a condurre una vita di lunga durata, ad adempiere a gravi obblighi, come quelli della paternità o della maternità, e soprattutto ai doveri verso Dio: essere una buona figlia o un buon figlio della Chiesa cattolica, dominare le proprie passioni, santificarsi, andare in Cielo per tutta l’eternità! Questo “progetto di Angelo” che si trova qui, che cosa straordinaria! Come mi commuove vedere qualcosa di così grande contenuto in un corpo così piccolo”.

Nel considerare che quello è suo figlio, subentra una tenerezza molto grande ma anche una grande ammirazione: “Quanto è magnifico questo mistero per il quale io, creatura umana, ho generato un’altra creatura umana! Che cosa enigmatica e profonda! È nato da me, è alimentato da me, si è formato nel mio grembo, io l’ho liberato per la vita e qui è così piccolo, così minuscolo… Perché lui esista si è realizzato un immenso mistero.”

A questo se ne aggiunge un altro: il momento esatto in cui Dio, come chinandoSi su quell’embrione, “soffia” un’anima dandole qualcosa che la madre non ha generato né è venuto dall’atto nuziale, ma è stato creato direttamente da Dio. Che cosa magnifica!

La tenerezza di una vera madre, ben orientata verso suo figlio, deve essere intrecciata a riflessioni come questa. Ella ha dato origine a un “altro me stesso”, che è carne della sua carne e sangue del suo sangue. Su questo nuovo essere ha aleggiato il Divino Spirito Santo e gli ha infuso un’anima. L’opera di Dio si è sommata alla sua per dare origine a qualcosa di immensamente più grande.

Con l’anima, gli orizzonti si aprono per quel bambino! Orizzonti di lotta, di battaglia, di abnegazione, o di gioia e vittoria, nei giorni in cui si ha l’impressione di toccare il Cielo con un dito. Ma ci sono anche orizzonti di tristezza, abbattimento, sfinimento, che ci portano a chiedere grazie a Dio per continuare.

Come una madre deve guardare suo figlio

Emerge così un altro aspetto della nascita di un semplice bambino.

Secondo la Chiesa, la vita di ogni creatura è paragonabile a quella di un eroe che si prepara con esercizi per la lotta, e poi, al momento di entrare nell’arena, si serve di frizioni, oli profumati e cose del genere per mettere tutta la sua muscolatura in condizioni di affrontare le fiere che sta andando a combattere, o gli altri gladiatori contro cui va a lottare.

Quando arriva il momento, prende le armi, lo scudo, ed entra nell’arena. Chi guardasse un tale eroe in attesa nella stanza dei gladiatori o dei domatori di fiere, e lo vedesse seduto tranquillo, pronto per l’immensa battaglia, non potrebbe fare a meno di meravigliarsi.

Ora, un bambino che entra nel mondo è come questo eroe. Egli è in procinto di affrontare un’immensa battaglia. Che sia una bambina o un bambino, se la madre ha una nozione vera delle cose, gli dirà: “Guerriero! Guerriera! Ti ammiro perché sei un combattente del buon combattimento! Questo è il tuo dovere. Una volta che riceverai il Battesimo, la grazia ti chiamerà. E a partire da quel momento, comincerà in te una vita soprannaturale, simile al fuoco che qualcuno accende in una candela”.

Il bambino è per la madre come una candela da accendere. Lei stessa la porterà al sacerdote che farà risplendere nella sua anima la luce della grazia, una partecipazione creata nella vita di Dio. Lei guarda e dice : “Con quanta forza arderà quest’anima? Che bene farà? Quanta gloria darà a Dio?”

Pittura contemporanea che rappresenta una battaglia rinascimentale – Collezione privata

Portando la meditazione al punto estremo

Ecco come una vera madre deve guardare il proprio figlio. Ma se ha il coraggio di spingere il suo ragionamento fino alla fine, non potrà fare a meno di pensare: “Non sarà che questo bambino un giorno offenderà Dio? Arriverà ad abusare della pazienza divina? Non sarà che Dio scaricherà su questa persona la sua collera ed andrà all’inferno? Come madre, dopo aver preparato per lui questa culla così delicata, così splendida, come mi duole pensare che possa essere condannato alle pene dell’inferno e che questa boccuccia, che ora piange, possa rimanere a bestemmiare contro Dio per tutta l’eternità! E se io mi salvo, vedrò dall’alto del Cielo questo bambino, già adulto, bestemmiare contro Dio per tutta l’eternità! E dirò: ‘Mio Dio! Non sarebbe stato meglio se non fosse mai nato?’”

Tuttavia, se fosse una vera madre, perché innanzitutto ha saputo essere una vera figlia di Dio, penserà in un’altra maniera: “Se accadrà che questo mio bambino, nonostante io abbia pregato per lui come Santa Monica pregò per Sant’Agostino, resiste all’azione della grazia e viene precipitato all’inferno, oh Dio, che destino terribile! Ma se avrà meritato la tua collera eterna, io, mio Dio, non mi staccherò da Te: se Tu lo odierai, lo odierò anch’io! E quando lui bestemmierà contro di Te all’inferno, e Tu lo maledirai, già da ora unisco la mia maledizione di  madre alla tua. Se sarà tuo nemico, avrà come nemico anche me, sua madre.”

Questa sarebbe la meditazione di una madre portata fino al punto estremo.

Ineffabile comunione tra Madre e Figlio

Cena della Sacra Famiglia, di Josefa de Óbidos –
Museo di Evora (Portogallo)

Ma, tornando alla comunione tra la Santissima Vergine e il suo Divin Figlio, consideriamo quanto accaduto durante i trent’anni che Gesù ha trascorso in disparte nella casa di Nazareth.

Lì Gesù assistette alla morte di San Giuseppe – proclamato dalla Chiesa, con grande tatto e accuratezza, patrono della buona morte, perché non si può morire in condizioni migliori che assistiti dalla Madonna e da Gesù stesso – e aiutò come Figlio sua Madre che era rimasta vedova.

Possiamo immaginare le sue conversazioni con Lei quando la sera, terminata la cena, stando da soli, si guardavano e si volevano bene, fruendo dell’enorme felicità di stare insieme, di conversare, di scambiare pensieri, ecc..

La Madonna, meditando su ciò che sarebbe accaduto in futuro, doveva pensare anche al momento in cui gli Angeli avrebbero trasportato per aria quella santa casa di Nazareth perché non cadesse nelle mani dei maomettani.

Sapeva che sarebbe stata posata in un luogo chiamato Loreto e che un numero incalcolabile di pellegrini sarebbe venuto a venerare lì, probabilmente fino alla fine del mondo, le sante pareti tra le quali riecheggiavano quelle conversazioni. Lì si udirono le risate candide e cristalline del Bambino Gesù, lì risuonò la voce grave, paterna e affettuosa di San Giuseppe e quella della Vergine Madre, modulata quasi all’infinito, come un organo che esprime adorazione, venerazione e tenerezza in tutti i gradi e in tutte le modalità.

Maria Santissima pensava alla vita pubblica di Nostro Signore, ai miracoli che avrebbe compiuto, alle anime che avrebbe attirato e a come tutto questo avrebbe dato come risultato il rifiuto degli ebrei e il tradimento di Giuda.

Dopo  Pentecoste, sarebbe avvenuta l’espansione della Chiesa in tutto il bacino del Mediterraneo. Ella vedeva, senza dubbio, i luoghi sconosciuti dove gli Apostoli sarebbero andati, riempiendo la Terra della loro presenza, vedeva la liberazione della Chiesa da parte di Costantino, lo splendore che avrebbe raggiunto sulla faccia della terra, l’invasione dei barbari… Più tardi, vedeva San Benedetto allontanarsi dal pantano che era Roma all’epoca e fuggire a Subiaco, dove avrebbe iniziato una vita spirituale da cui sarebbe nato il Medioevo.

Sarebbe venuta la Cristianità, ma sarebbe iniziata la Rivoluzione: il Rinascimento, l’Umanesimo, il Protestantesimo, la Rivoluzione Francese, la Rivoluzione Comunista… A tutto questo, senza dubbio, Ella pensava; e su tutto questo anche noi dobbiamo riflettere quando staremo ai piedi del Presepe, o contemplando un’immagine di Gesù Bambino. Egli è la pietra di scandalo che divide a metà la Storia.

 

Estratto, con piccoli adattamenti, da:
Dr. Plinio.
São Paulo. Anno XIX.
N.214 (gennaio 2016); pp.12-17

 

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