Sulle sponde del fiume Cosson, in Francia, si erge imponente il castello di Chambord. La distesa pianeggiante, il bosco che lo circonda, le acque che lo riflettono: tutto concorre a creare una cornice perfettamente adeguata al palazzo, trasformando il panorama in un vero gioiello.
Lì, il castello appare come un balsamo per lo spirito umano nella sua ricerca del meraviglioso. Per questo, sono numerosi i visitatori che accorrono a contemplarlo. La diversità di provenienza dei visitatori è accompagnata, tuttavia, da differenti stati d’animo.
C’è chi – la maggioranza – desidera semplicemente appagare la propria curiosità. Altri, al contrario, accorrono attratti dagli enigmi storici e architettonici che pervadono l’edificio. Infine, vi sono anche anime che vedono nel castello una reliquia della Civiltà Cristiana e lo percorrono come in pellegrinaggio. In ogni caso, qui abbiamo a che fare con il mistero.
Un sogno scolpito nella pietra, di dimensioni straordinarie
Il castello, infatti, è affascinante e misterioso. Non sono rimasti i progetti di costruzione e non si conoscono nemmeno i motivi che spinsero Francesco I a costruire questo splendido e sontuoso edificio. Tuttavia, grazie agli studi dei ricercatori, è possibile svelare una parte del segreto.1
Nell’anno del Signore 1515, il figlio di Luisa di Savoia, Francesco I, di appena vent’anni, succedette sul trono di Francia al cugino Luigi XII, morto senza lasciare un erede diretto. La gloria e il prestigio lo circondavano e la sua figura imponente personificava tutto il suo potere.
Nonostante il peso dello scettro, la passione per la caccia lo portava nel cuore dei boschi della Valle della Loira. Tra le foreste e le paludi della regione, Chambord era il suo luogo preferito perché era lontano dal mondo e dalle preoccupazioni. Il luogo rispondeva pienamente alla sua aspirazione di realizzare, in pietra, un’opera di straordinaria grandezza. Desideroso di erigervi un castello di caccia, il re ordinò nel 1519 che si cominciassero i lavori, i quali si sarebbero conclusi in soli trent’anni.
Se prestiamo attenzione alla grandezza dell’edificio, alla sua complessità e alla sua apparente inutilità – dopotutto, non era altro che una dimora per le battute di caccia nella foresta –, la rapidità della costruzione non può che stupire e sollevare alcune domande. Qual è la “preistoria” del castello? Quali altri motivi si celavano dietro quelle mura? Quale genio lo ideò con tale immediatezza?
Eredità di un glorioso passato
Chiunque intenda rispondere alla prima delle domande sopra riportate, si trova subito di fronte a una difficoltà pratica: i principali documenti sulla costruzione di Chambord sparirono nel XVII secolo… Ci restano solo frammenti, come questa breve menzione in una lettera di Francesco I: «Da qualche tempo – scriveva il re – abbiamo iniziato la costruzione di un edificio bello e sontuoso nel luogo chiamato Chambord, vicino alla nostra città di Blois». Così, per decifrare alcuni dei passi iniziali della sua storia, ci rimane solo un documento completo, solido ed enigmatico: il castello stesso!
La prima di queste fasi giace sepolta sotto le acque del fossato. Recenti studi archeologici vi hanno scoperto le vestigia di una costruzione precedente. Il famoso palazzo di Chambord sorgerebbe, quindi, sulle fondamenta di un altro castello. Come doveva essere quest’ultimo? Nella biblioteca di Blois si trovano tre documenti che gettano luce sulla questione: due menzionano una costruzione in quella zona, mentre il terzo – un atto che Luigi XII, l’immediato predecessore di Francesco, firma in loco – indica che lì sorgeva un’abitazione degna del soggiorno di un re di Francia.
Durante una delle sue battute di caccia, Francesco I forse avrà visto il castello, isolato ed eretto tra le paludi, quasi a rappresentare lo spirito medievale ormai in via di rapida estinzione. Le antiche gesta della cavalleria, l’eroismo di un tempo, i pellegrinaggi a Gerusalemme che tanto avevano onorato il nome della Francia: tutti questi gloriosi ricordi sembravano perpetuarsi nella fortezza medievale. Spinto, dunque, dalla nostalgia di quel mondo favoloso, il monarca volle concretizzare tale sogno in un magnifico edificio. Non è un caso che Chambord conservi caratteristiche di un castello feudale. Basta guardare le torri e il fossato. E, nel perpetuare il passato, il re aspirò, al tempo stesso, a raggiungere vette ancora più maestose.
Abbiamo svelato almeno una piccola parte del mistero. Sappiamo che è figlio della Cristianità medievale e della nostalgia che il re di Francia provava per essa. Continuiamo a “leggere” il castello, nella speranza di trovare qualche altro tassello del puzzle.
Armonia e asimmetria
Se entriamo dal portone principale, veniamo subito sorpresi da un dettaglio architettonico inedito e geniale. L’atrio principale è dominato da una scalinata centrale tutt’altro che discreta. Composta da due rampe di scale indipendenti e intrecciate – in modo che chi sale non incrocia chi scende –, attorno ad essa ruota l’intero edificio. A seguito di svariate indagini, si è giunti alla conclusione che tutti gli spazi sono simmetrici rispetto a questo unico modello, la base della scalinata centrale. Essa è la colonna vertebrale del colosso.
Nonostante questo principio di coesione e ordine, nel castello è stata osservata una peculiare «incoerenza». Tutte le facciate sono diverse. Come spiegare tale asimmetria in un edificio dall’armonia così evidente? Inizialmente si pensò che non fosse altro che un errore commesso durante la costruzione. Tuttavia, analizzando la pianta, si è scoperto che l’“errore” è più grave di quanto sembri a prima vista. La pianta stessa del castello presenta anomalie apparentemente assurde. Osservando la planimetria, i quattro ambienti distribuiti su ogni piano hanno lo stesso orientamento, tranne uno. Ne consegue che il numero di logge risulta diverso in ogni facciata.

A sinistra, vista aerea del Castello di Chambord (Francia); a destra, scalinate centrali dell’edificio
Dobbiamo supporre pertanto che vi fu un progetto originario che non venne seguito. Il castello di Chambord che conosciamo non è lo stesso che era stato previsto. Come avrebbe dovuto essere? Recentemente alcuni architetti si sono impegnati a cercare la formula che avrebbe rimediato a queste incongruenze. E l’hanno trovata. È bastato far ruotare l’intera pianta dell’edificio nello stesso senso, come una grande elica, avendo la scalinata come asse. Gli ambienti si troverebbero disposti simmetricamente, tutte le facciate sarebbero identiche, tutto si armonizzerebbe.
Gli errori sarebbero stati solo il risultato di adattamenti volti a facilitare la circolazione dei visitatori. L’architetto non aveva avuto questa preoccupazione pratica. Le sue intenzioni erano ben più artistiche. E questa considerazione ci riporta a una domanda già posta in precedenza: quale genio ideò il castello? Torniamo indietro di qualche anno nella Storia.
E l’architetto?
Appena incoronato, Francesco I riconquista il Ducato di Milano. Trovandosi lì, ne approfitta per ammirare alcuni gioielli del Rinascimento e conoscere di persona uno dei grandi maestri dell’epoca: Leonardo da Vinci. E, poco dopo, nascono i progetti del castello di Chambord… Curioso.
Da Vinci era interessato a costruzioni immerse nel paesaggio, a planimetrie centralizzate, a scalinate con diverse curve. Ma in tutte queste inclinazioni che ha lasciato disegnate nei suoi taccuini, si percepisce l’aspirazione a un’architettura dalla coerenza perfetta. Sembra quasi una descrizione anticipata di Chambord che, per di più, presenta innegabili influssi italiani.
Considerate queste coincidenze, non sarà stato proprio Leonardo da Vinci l’architetto del castello? Vi sono forti indizi in tal senso. Un’opera così originale e così geniale difficilmente sarebbe sorta senza la mano del famoso artista, all’epoca residente in Francia. Se egli non ne fu l’artefice, sembra quantomeno improbabile che sia rimasto estraneo all’opera, dato che i progetti furono concepiti mentre era ancora in vita, anche se per poco tempo. Morì poco prima dell’inizio della costruzione, all’età di sessantasette anni, lasciandone ad altri l’esecuzione.
A chi? Un altro mistero. Abbiamo appena un riferimento: in un libro contabile relativo ai modelli in scala del castello, figura il nome di Domenico da Cortona, uno dei numerosi artisti italiani della corte. Si ritiene, quindi, che sia stato lui il responsabile che ha concretizzato il sogno in pietra di Da Vinci… e anche di introdurre le modifiche al progetto originale e le irregolarità già menzionate. Contingenze prevedibili quando si eredita l’opera di un genio.
Se è vero, tuttavia, che il mentore abbandonò l’opera da lui ideata, vi è qualcuno che non smise mai di seguire la realizzazione di tale prodigio e di proiettarvi i propri ideali: il re stesso. Un’ostinazione senza pari lo spinse a proseguire un’opera così onerosa per le finanze, nonostante le avversità che ben presto pervasero il suo regno.
Nel 1519, Carlo V divenne imperatore. Francesco I, oltre a non essere riuscito ad aggiudicarsi la corona del Sacro Impero, avrebbe in seguito perso il Ducato di Milano a vantaggio del suo rivale spagnolo. Nel tentativo di riconquistare questo territorio, nel 1525 il re di Francia fu ferito e catturato. I lavori al castello furono bloccati insieme al loro signore …
Solo al ritorno dalla prigionia Francesco I poté riprendere il progetto, abbandonato per quindici mesi.
Chambord emerge dalla terra, grandioso e paradossale.
Un paradosso, un mistero, un simbolo
Paradossale, sì, e per molte ragioni. Innanzitutto, per l’ubicazione del palazzo: la sagoma di questo castello da fiaba si staglia su un terreno paludoso. La costruzione, dal canto suo, si ispira visibilmente ai castelli medievali della fine del XIV secolo, senza tuttavia tralasciare di incorporare alcune note tipicamente italiane. Si tratta quindi di una costruzione profondamente singolare, per i suoi tratti salienti al tempo stesso feudali e rinascimentali.
Ma forse non è questo il principale mistero che avvolge il castello. Simbolo del regno di Francesco I e della sua straordinaria tenacia nel portare a termine la più grande opera architettonica della sua vita, Chambord presenta un’enorme sproporzione tra gli sforzi profusi nella sua costruzione e i risultati pratici che ne scaturirono. Si ipotizza che, in totale, il re abbia trascorso solo poche settimane del suo regno nel castello. Le numerose stanze destinate ad ospitare la corte furono quasi sempre prive di abitanti e di arredi. Solo quando il re decideva di dimorarvi per qualche giorno, veniva portato negli appartamenti il minimo indispensabile di mobili e di tesori artistici. Come spiegare, allora, l’insaziabile sete di perfezione di cui il monarca diede prova?

Vista del castello all’alba; in primo piano, ritratto di Francesco I, opera di Jean Clouet – Museo del Louvre, Parigi
C’è una sola ragione: Chambord non fu costruito per essere un alloggio, ma per essere un simbolo. Il re di Francia volle erigere un emblema.
Spetta a noi chiederci: un emblema di che?
Il tramonto vendicato
14 ottobre 1988. Forse per la prima volta, l’antico castello di Francesco I accoglieva non un visitatore, un turista o uno storico, ma un pellegrino. Il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira si avvicinava all’edificio non solo per il piacere di conoscerlo, ma soprattutto per amore della Civiltà Cristiana di cui il monumento era un’espressione.
Chambord, commentava, è uno dei castelli più insigni del mondo, di una perfezione inaspettata, nel quale il Cielo domina la terra, la fede domina la vita concreta e lo spirito domina la materia. In esso si condensano i «resti della grazia che soffiò sull’Europa e diede origine al Medioevo, tramontando secoli dopo, lentamente, come un sole splendente»,2 come «una delle irradiazioni di quel tramonto della Civiltà medievale, un tramonto magnifico, come magnifica è anche la Cristianità».3 E il Dott. Plinio poteva allora contemplare da vicino quella meraviglia.
Il pellegrino rimase a lungo a Chambord, ora elogiando la bellezza della costruzione, ora quella del crepuscolo in quel freddo pomeriggio d’autunno. Tuttavia, a un certo punto i presenti si resero conto, dalla sua espressione, che stava accadendo qualcosa di molto elevato. Mentre contemplava il castello incorniciato dai colori del tramonto, il Dott. Plinio sembrava addentrarsi in un mistero, intravedendo una perfezione che trascendeva il palazzo stesso.
Mesi dopo, interrogato dai suoi figli spirituali, sollevò un po’ il velo di quel mistero. Confessò che si trattava, in effetti, di un’esperienza mistica che aveva vissuto, alla maniera angelica. E, con grande stupore di tutti, riprodusse le parole udite nel suo intimo: «Questo luogo è abbandonato, ridotto a uno scheletro vuoto e privo di carne. […] A te io mi mostro così. Resuscitami e vendicami!»4 Chi sarà stato l’illustre visitatore che gli aveva infuso tali ispirazioni? Un Angelo? L’enigma di Chambord rimaneva indecifrabile…
Un anno prima della sua morte, avrebbe ancora proferito queste parole imperscrutabili: «Nulla mi interessa tanto quanto un certo spirito che si libra dallo Château di Chambord; è più bello dello stesso château e potrebbe essere un Angelo. Sebbene il castello non sia stato costruito direttamente da Dio – Egli ne è solo la causa prima – Dio può aver ispirato, suscitato negli uomini il desiderio di realizzare Chambord, a immagine di un Angelo di Chambord che Egli ha e invia lì».5

Il Dott. Plinio contempla il Castello di Chambord nell’ottobre del 1988
Tutto porta a credere che, per la prima volta nella Storia, un uomo avesse svelato, almeno in parte, i misteri che circondavano l’emblematico castello: la sua insolita ubicazione, l’ostinazione del re cavaliere nel portare a termine un capolavoro quasi sprovvisto di uno scopo pratico, l’anonimato del suo architetto, la perfezione delle sue proporzioni, la sua incommensurabile bellezza. Laddove né gli storici né le ricerche scientifiche erano riusciti ad arrivare, giunse quell’ispirazione, quando piacque a Dio che si stabilisse un dialogo tra un uomo di fede e l’“artefice spirituale” di uno dei castelli più belli del mondo.
Da quel momento in poi, Chambord smetteva di essere un mistero agli occhi degli uomini. Diveniva un disegno. Sì, un disegno divino e provvidenziale che si è realizzato quando un venerabile anziano ha saputo leggere ciò che i documenti non riportano e scorgere valori soprannaturali che vanno ben oltre le pietre di un edificio. ◊
Note
1 I dati storici contenuti in questo articolo sono stati tratti dal documentario Chambord. Le château, le roi et l’architecte, di Marc Jampolsky.
2 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Magnífico crepúsculo da Idade Média. In: Dr. Plinio. São Paulo. Anno II. N. 12 (marzo 1999), p.33.
3 Idem. Combati o bom combate. In: Dr. Plinio. São Paulo. Anno XI. N. 129 (dic., 2008), p.28
4 Idem. Conferenza. São Paulo, 17/4/1994.
5 Ibid.

