Chi riconosce le tenebre della sua cecità e si rende conto che gli manca la luce dell’eternità, deve gridare dal profondo del suo cuore come il cieco di Gerico: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!”

 

Prevedendo che la Sua Passione avrebbe provocato inquietudine nelle anime degli Apostoli, il nostro Redentore predisse loro con largo anticipo le sofferenze per le quali sarebbe passato e la gloria della Risurrezione. Così, vedendoLo morire come aveva annunciato, essi non avrebbero avuto alcun dubbio che sarebbe risorto.

Tuttavia, poiché i suoi discepoli erano ancora carnali e non capivano nulla del mistero di cui stava parlando loro, Egli fece ricorso ad un miracolo. Davanti a loro, gli occhi di un cieco furono aperti alla luce, affinché un’azione celeste confermasse nella fede coloro che non capivano le parole del mistero celeste.

Simbolo del genere umano, privato della luce dal peccato

Ora, fratelli carissimi, dobbiamo riconoscere nei miracoli del Signore e Salvatore nostro, fatti che dobbiamo credere che si siano effettivamente realizzati, ma anche che, in quanto segni, ci insegnano qualcosa. Perché con il loro potere le opere del Signore ci danno testimonianza di certe verità, mentre con il loro mistero ne enunciano altre.

Attenendoci al senso letterale, osservate che ignoriamo chi fosse il cieco di cui ci parla il Vangelo, ma sappiamo cosa simboleggi nell’ordine del mistero.

Questo cieco è il genere umano che, escluso dalle gioie del Paradiso nella persona del suo primo padre e privato dello splendore della luce eccelsa, è soggetto alle tenebre della sua condanna; ma, ritrovando la luce grazie alla presenza del suo Redentore, finisce per discernere le gioie della luce interiore e, desiderandole, entra con le sue buone opere nel cammino della vita. […]

Non basta riconoscere la cecità, è necessario invocare Gesù

Il Vangelo ci presenta a ragione questo cieco seduto sul ciglio della strada a mendicare, perché la Verità stessa ha detto: “Io sono la Via” (Gv 14, 6).

Chi non conosce lo splendore della luce eterna è, dunque, un cieco; se invece ha cominciato a credere nel Redentore, è seduto ai margini della strada. Se già crede, ma trascura la preghiera e cessa di supplicare Dio per recuperare la gloria eterna, il cieco è, sì, seduto sul ciglio della strada, ma non sta mendicando; invece, se crede e allo stesso tempo riconosce che il suo cuore è cieco e chiede di recuperare la luce della verità, in questo caso è seduto sul ciglio della strada e sta mendicando.

Pertanto, chi riconosce le tenebre della sua cecità e si rende conto che gli manca la luce dell’eternità, invochi dal profondo del suo cuore, gridando con tutte le sue forze, implorando: “Gesù, figlio di Davide, abbi pietà di me!” (Lc 18, 38).

Nostro Signore risponde a chi persevera nella preghiera

Ma ascoltiamo cosa accadde mentre il cieco gridava: “Quelli che camminavano avanti lo sgridavano, perché tacesse” (Lc 18, 39a). Cosa simboleggiano costoro se non la moltitudine di desideri carnali e la tempesta di vizi che, prima della venuta di Gesù nel nostro cuore, dissipano con i loro assalti i nostri pensieri e ostacolano gli appelli del nostro cuore durante la preghiera?

Spesso, quando vogliamo tornare a Dio dopo aver peccato e ci sforziamo di vincere, con la preghiera, i vizi di cui ci siamo resi colpevoli, il ricordo dei nostri peccati passati opprime il nostro cuore, ottunde il nostro spirito, confonde la nostra anima e soffoca la voce della nostra preghiera. […]

Ascoltiamo cosa fece allora questo cieco prima di ritrovare la luce. Prosegue il testo: “ma lui continuava ancora più forte: ‘Figlio di Davide, abbi pietà di me!’” (Lc 18, 39b). Osservate: colui che la folla rimproverava per farlo tacere grida con più forza; così, quanto più siamo tormentati dalla tempesta dei pensieri carnali, tanto più dobbiamo intensificare il fervore delle nostre preghiere.

La folla vuole impedirci di gridare perché soffriamo persino durante la preghiera l’assedio del ricordo dei nostri peccati. Ma è necessario che la voce del nostro cuore persista con tanta più forza, quanto più dura è la resistenza che le si oppone, al fine di dominare la procella della nostra immaginazione colpevole e commuovere, per l’eccesso stesso della nostra importunità, le orecchie misericordiose del Signore. […]

Se perseveriamo con insistenza nella preghiera, tratterremo nella nostra anima Gesù che passa, come continua il Vangelo: “Gesù allora si fermò e ordinò che glielo conducessero” (Lc 18, 40). […]

Gesù guarisce il cieco di Gerico – Chiesa del Buon Pastore, Gerico (Israele)

“Signore, che io riabbia la vista”

Notiamo anche quello che Egli disse al cieco: “Che vuoi che io faccia per te?”. (Lc 18, 41a). Colui che aveva il potere di restituire la vista era all’oscuro, forse, del desiderio del cieco? Sicuramente no! Ma Gesù vuole che chiediamo, sebbene già sappia che cosa chiederemo e cosa Egli ci concederà. Ci esorta ad essere importuni nella preghiera e intanto afferma: “Il Padre vostro sa di quali cose avete bisogno ancor prima che gliele chiediate” (Mt 6, 8).

Se Egli chiede, è affinché noi  chiediamo a Lui; se chiede, è per incitare il nostro cuore a pregare. Ecco perché il cieco aggiunge subito: “Signore, che io riabbia la vista” (Lc 18, 41b). Non chiede al Signore l’oro, ma la luce; non si preoccupa di chiedere nessun altro bene perché, sebbene sia possibile per un cieco possedere qualsiasi cosa, egli non può, senza luce, vedere ciò che possiede.

Imitiamo dunque, fratelli carissimi, quest’uomo di cui abbiamo appena seguito la guarigione del corpo e dell’anima. Non chiediamo al Signore né ricchezze ingannevoli, né regali terreni, né onori effimeri. ChiediamoGli, questo sì, la luce. Non la luce circoscritta dallo spazio, limitata dal tempo, interrotta dalla notte, vista da noi e dagli animali. Imploriamo quella luce che solamente gli Angeli vedono con noi e che non ha inizio né fine.

Ora, la via per raggiungere questa luce è la fede. Perciò, del tutto a ragione, il Signore risponde al cieco a cui sta per concedere la luce: “Abbi di nuovo la vista! La tua fede ti ha salvato” (Lc 18, 42).

 

Estratti da: SAN GREGORIO MAGNO. Omelie sui Vangeli.Omelia II,
pronunciata nella Basilica di San Pietro, 19/11/590 –
Traduzione: Araldi del Vangelo

 

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