Giovanni Gabrieli e la musica sacra – Cantate al Signore un canto nuovo

Quando la serenità del passare dei secoli ci permette ormai di esprimere un giudizio accurato sui fatti, vediamo che l’intuizione di Gabrieli era esatta: lungi dall’esercitare un ruolo sfavorevole nel sacro recinto, gli strumenti musicali adeguati corroboravano la grandezza del culto.

Forse poche cose sono così difficili da esprimere a parole quanto la musica! Infatti, nella sua variegata e amplissima vastità, l’universo musicale arriva ad essere un’arte che, senza esagerare, fa risuonare l’infinito poiché partecipa in qualche modo dell’immaterialità propria degli spiriti.

Pertanto, gran parte della soddisfazione che riempie l’anima quando ascoltiamo una bella melodia deriva dal fatto che essa ci “libera” per un istante dai legami del mondo concreto che ci impediscono di essere più orientati verso le realtà trascendenti.

Un’altra difficoltà sorge poi quando si parla della musica: poiché essa trasmette una serie di impressioni ai suoi ascoltatori, talvolta diverse e contraddittorie, diventa complicato formulare un giudizio equo e univoco sulle composizioni e sui compositori.

Come spiegare, per esempio, che in pieno Medioevo Papa Giovanni XXII abbia manifestato avversione nei confronti della nascente polifonia, per timore che il canto gregoriano potesse perdere la propria identità?1 Oppure che San Pio X, all’inizio del suo pontificato, abbia dedicato il suo primo motu proprio alla musica, arte che «non sempre torna facile contenere nei giusti termini»?2

E ancora, ai giorni nostri, come interpretare la tendenza ampiamente diffusa di separare il divino dalle composizioni musicali impiegate nella Liturgia?

Senza pretendere di avere come obiettivo principale quello di riflettere sulle caratteristiche filosofiche di questo genere artistico, nel presente articolo ci limiteremo a delineare i tratti del percorso artistico di un compositore italiano nato nella seconda metà del XVI secolo: Giovanni Gabrieli.

Ci scusiamo in anticipo con il lettore per l’impossibilità di trasporre i suoni in lettere… motivo per cui la maggior parte di quanto qui esposto potrà trovare la giusta risonanza solo se posto sotto il diapason delle armonie del maestro italiano. Pertanto, l’invito alla lettura sia accompagnato dall’ascolto di alcuni brani di questo veneziano pieno di talento.

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Segno di prosperità di un popolo è l’arte! Indipendentemente da quale sia il suo campo d’azione – dalla gastronomia alla pittura, dall’architettura alla letteratura –, quando ben guidata essa serve da sostegno e da ascensore ai nostri sensi affinché, in questa valle di lacrime, possiamo trovare più facilmente le tracce di Dio.

À vol d’oiseau, se consideriamo il percorso della Chiesa dal suo nascere fino al 1552, anno in cui probabilmente venne alla luce Giovanni Gabrieli, vedremo come diversi imperativi della carità cristiana siano penetrati poco a poco nella società: gli uomini sono diventati meno rozzi e, di conseguenza, capaci di affinare quel “potere creativo” che è l’arte.

Tra le diverse attività umane che si sono perfezionate c’è la musica, che non ha mai smesso di essere presente nei santuari – come mezzo per abbellire e rendere solenni le cerimonie degne di maggior decoro – nonostante i percorsi tortuosi e alquanto enigmatici che ha seguito.

Per quanto riguarda l’uso degli strumenti nella Liturgia, però, le controversie si sono sempre rivelate particolarmente accese, fino ai nostri giorni…

Suonare o far tacere gli strumenti musicali?

Sebbene storici autorevoli, come Mario Righetti, affermino che gli strumenti musicali «probabilmente furono banditi dal tempio per il loro carattere profano, sensuale e chiassoso»,3 la questione sembra concentrarsi su un altro aspetto: forse il fatto che gli uomini fossero diventati più sensuali e meno spirituali, più profani e meno devoti è ciò che determinò la fabbricazione di strumenti con tali note, finendo per allontanare dalla Chiesa la possibilità di introdurli molto prima nella sua Liturgia.

D’altra parte, si comprende che gli strumenti musicali, lungi dall’essere inappropriati al culto, furono presenti in esso fin dagli albori della religione dell’Antica Alleanza,4 in quanto costituiscono una maniera di lodare Dio ed esprimono, a loro modo, la grazia e il dono celeste. Come logica conseguenza, sarebbe stato normale che fossero presenti nel culto cristiano sin dalle sue origini.

Lungi dall’essere inadatti al culto, gli strumenti musicali possono costituire un modo per lodare Dio ed esprimere, a loro modo, la grazia e il dono celeste, specialmente quando sono accompagnati dal canto vocale
Coro internazionale degli Araldi del Vangelo durante una Messa nella Basilica di Nostra Signora del Rosario, Caieiras (Brasile)

Per questo motivo, la nostra anima cattolica non si accontenta affatto della semplice affermazione dello storico secondo cui «questa tradizione ebraica, musicale e strumentale, non è stata trasmessa alla Chiesa primitiva; gli scritti apostolici e quelli immediatamente successivi non ne fanno alcuna menzione».5 Il clou del problema consiste nel sapere perché questa tradizione non sia proseguita nella Nuova Alleanza.

Si è portati a credere che la ragione dell’assenza degli strumenti nella Liturgia fosse proprio dovuta all’imbarbarimento che colpiva la società, in misura maggiore o minore, e che impediva all’uomo di concepire una musica che fosse allo stesso tempo ponderata, solenne, grandiosa e dotata della sobrietà caratteristica del canto gregoriano.

In sintesi, l’uomo esitava a trasporre in note musicali il proprio rapimento interiore e temeva che le composizioni musicali lo allontanassero dalla virtù della religione.

Ciononostante, vi furono altri che vollero vedere unicamente nel gregoriano l’espressione dell’universalità della Chiesa in ambito musicale, limitandone questa sua nota distintiva. Ora, come Madre e Maestra dei popoli, la sua ricchezza reclamava la necessità di “battezzare” altri stili musicali che le fossero affini, soprattutto per il culto sacro.

La carriera di Giovanni Gabrieli

Da questo punto di vista e in questo contesto storico possiamo quindi inquadrare meglio la figura di Giovanni Gabrieli. Nato a Venezia, poco si sa della sua infanzia, se non che fu avviato all’arte della musica da suo zio Andrea Gabrieli, con il quale studiò e dal quale attinse il talento.

La Storia registra inoltre che Giovanni, ben prima di diventare famoso, studiò musica a Monaco, in Germania, con il rinomato Orlando di Lasso, alla corte del duca Alberto V,6 dove sarebbe rimasto fino al 1579.

Tornato nella sua città natale, assunse l’incarico di organista principale della Basilica di San Marco, in seguito alle dimissioni di Claudio Merulo, anch’egli del resto buon compositore e, in un certo senso, responsabile della fama che stava acquisendo la scuola veneziana. L’anno successivo, probabilmente il 1585, a causa della morte di suo zio Andrea, Giovanni Gabrieli assunse anche il prestigioso incarico di compositore principale.

In un primo momento della sua carriera, la preoccupazione di Gabrieli fu quella di riconoscere pubblicamente il valore del suo maestro e mentore, compilando e diffondendo numerose opere di suo zio, rendendogli il dovuto omaggio per la formazione che aveva ricevuto. Secondo le sue stesse parole, si considerava “quasi un figlio” di Andrea.

Sebbene Giovanni componesse secondo le forme correnti dell’epoca, la sua inclinazione era per la musica sacra, motivo per cui tutto il suo repertorio di inizio carriera fu vocale, dato che tra le voci e gli strumenti, nel sacro recinto, si ergeva ancora una barriera insormontabile…

In effetti, questa era la situazione nel XVI secolo: «Fu a Roma che, subito dopo il Concilio [di Trento], vissero Palestrina e il suo rivale de Victoria, iniziatori di una musica da chiesa che si sarebbe sempre più allontanata dall’antica polifonia per cercare altre vie. Fino ad allora, sacerdoti e teologi avevano resistito vivamente a tutto ciò che potesse sfuggire alla regola secondo cui solo la voce umana è degna di pregare Dio: lo strumento musicale sembrava loro teatrale, sospettato di sensualità e di orgoglio».7

Tuttavia, agli occhi di Giovanni tale concezione si rivelava errata. La musica sacra vocale, se unita agli strumenti, avrebbe potuto raggiungere nuovi livelli di spiritualità esprimendo “verità di Fede” che richiedono maggiore grandezza e vigore; oppure, accompagnata dal suono dell’organo e di altri strumenti che ne facessero da base, sarebbe stata in grado di esprimere sentimenti più profondi e teneri, là dove i limiti della voce umana e il semplice testo non riescono a penetrare.

Nella persona di questo genio veneziano, l’umanità sembrava esprimere l’aspirazione di intonare, dal tempio, con il salmista Davide un canto nuovo al Signore, accompagnato da strumenti musicali (cfr. Sal 33, 3).

Giovanni Gabrieli non esitò a colmare il divario tra la voce umana e gli strumenti musicali nel sacro recinto. Per tale impresa scelse le mura secolari della Basilica di San Marco
Piazza e Basilica di San Marco, del Canaletto

Nel santuario, il risuonare di nuove armonie

Seguendo l’esempio dell’arpista della Scrittura, Giovanni Gabrieli non temette di colmare il divario tra la voce umana e gli strumenti musicali nel sacro recinto. Per tale impresa, scelse come palcoscenico delle sue innovative e ricche composizioni le pareti secolari della poetica Basilica di San Marco a Venezia, il cui cadre interno, scolpito dalla soavità e dalla grazia di Sansovino,8 favoriva il risuonare delle nuove armonie.

Lì, avvalendosi di cori disposti uno di fronte all’altro, seppe creare effetti sonori impressionanti dividendo i suoi musicisti in due schiere, potendo così esplorare una peculiare dinamica attraverso suoni marcatamente forti e deboli in successione. In questo modo, un coro o un gruppo strumentale veniva udito per primo, da un lato, seguito dalla risposta del secondo gruppo, dall’altro. E poteva esserci anche un terzo gruppo situato vicino all’altare, al centro della chiesa, per “risolvere” i passaggi più importanti della composizione.9

Il risultato era tale che, se correttamente posizionati, gli strumenti potevano essere uditi con perfetta chiarezza anche da punti distanti. Così, partiture apparentemente strane sulla carta – ad esempio, un unico esecutore di strumenti a corda contro un grande gruppo di strumenti a fiato – suonavano in perfetto equilibrio all’interno della Basilica di San Marco, grazie all’acustica valorizzata dall’estro del compositore! Le composizioni In Ecclesiis e Sonata pian e forte ne sono esempi notevoli.10

Si sfatavano così i miti che circondavano l’uso degli strumenti nella Liturgia: «Si pensa di associarlo alla glorificazione di Dio. A partire da lì, il suo trionfo è assicurato, soprattutto quello dello strumento tipico della chiesa: l’organo, che appare ovunque».11

Dunque, almeno per quanto riguarda la musica sacra, il genio di Gabrieli avrebbe influito sulla Storia dell’arte.

Diffusione in Europa

La carriera del maestro veneziano si consolidò ulteriormente tra l’élite europea quando assunse l’incarico aggiuntivo di organista alla Scuola Grande di San Rocco – incarico che mantenne fino alla morte –, poiché la Chiesa di San Rocco vantava la più prestigiosa e ricca di tutte le confraternite veneziane, che rivaleggiava solo con quella di San Marco quanto allo splendore dei suoi complessi musicali.

Così, le tendenze della musica barocca erano pronte a trovare eco, riconciliando la voce umana con lo strumento, e non solo con l’organo, ma anche con l’orchestra.

Naturalmente molti altri musicisti europei, soprattutto della Germania, si preoccuparono di andare a Venezia per acquisire nuove conoscenze. Di conseguenza, diversi allievi e ammiratori di Gabrieli finirono per diffondere le sue composizioni in altri paesi.

Molti musicisti trassero nuove conoscenze da Gabrieli, diffondendo le sue composizioni in altri paesi
Partitura manoscritta dell’opera “Audite princeps”, di Giovanni Gabrieli – Biblioteca dell’Università di Kassel (Germania)

Tra i suoi allievi – particolarmente degno di nota e forse una delle maggiori glorie che la musica deve a Gabrieli – si trova Heinrich Schütz, che seppe trasporre lo stile italiano dei madrigali e delle sacræ symphoniæ nel genuino spirito tedesco.

Suoni che corroborano la grandezza del culto

Trascorsi i secoli, quando la serenità della Storia ci permette ormai di esprimere un giudizio accurato sui fatti, vediamo che l’intuizione di Gabrieli fu esatta: lungi dall’esercitare un ruolo sfavorevole nel sacro recinto per il sospetto di sensualità o di orgoglio, gli strumenti musicali adeguati corroborarono la grandezza del culto.

Oggigiorno, quale anima fedele non si sente trasportata in una realtà tanto più felice e benefica quando ascolta alcune delle sacræ symphoniæ di Gabrieli risuonare, ad esempio, nelle maestose navate della Basilica di San Pietro durante la Veglia Pasquale, mentre il Papa si sposta dal presbiterio al fonte battesimale per benedire l’acqua che trasformerà poveri uomini in figli di Dio?

In questo momento sublime del Battesimo, durante la più santa delle notti, le grandiose note e gli intervalli musicali di Gabrieli – genio dell’arte – esaltano la dignità del Sacramento, completando lo scenario. ◊

 

Note


1 Cfr. COMBARIEU, Jules. Histoire de la musique. 8ª ed. Paris: Armand Colin, 1948, t.I, p.383.

2 SAN PIO X. Tra le sollecitudini.

3 Cfr. RIGHETTI, Mario. Historia de la Liturgia. Madrid: BAC, 2013, vol.I, p.1133.

4 È interessante notare anche un certo carattere esorcistico proprio della musica strumentale: erano gli accordi dell’arpa di Davide che liberavano Saul dallo spirito maligno (cfr. 1 Sam 16, 15-23).

5 RIGHETTI, op. cit., p.1132.

6 Alberto V, duca di Baviera, fu uno dei capi della Controriforma Cattolica contro i protestanti tedeschi. Influente mecenate, era un grande collezionista d’arte e assegnò al musicista Orlando di Lasso un posto di rilievo nella sua corte.

7 DANIEL-ROPS, Henri. História da Igreja de Cristo. A Igreja dos Tempos Clássicos (I). São Paulo: Quadrante, 2000, vol.VI, p.129.

8 Andrea Contucci, detto Andrea Sansovino, fu un architetto e scultore italiano che divenne influente nell’arte nel periodo del Rinascimento maturo. Le recinzioni del coro della Basilica di San Marco, sopra le quali si trovano tre suoi rilievi, costituirono il palco per numerose interpretazioni del compositore Giovanni Gabrieli.

9 Sebbene questo stile policorale – cori spezzati – fosse stato esplorato altrove già da decenni, l’estro di Gabrieli seppe conferirgli un notevole successo.

10 Si contano almeno un centinaio di composizioni diverse di Giovanni Gabrieli: due serie di sacræ symphoniæ, oltre a canzoni, sonate e concerti. Molte delle sue opere furono pubblicate postume.

11 DANIEL-ROPS, op. cit., p.129.

 

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