25 ottobre – XXX Domenica del Tempo Ordinario (Es 22, 20-26; Sal 17; 1 Ts 1, 5-10; Mt 22, 34-40)
In questa domenica la Liturgia ci propone un brano dell’Evangelista San Matteo nel quale si narra un incontro tra Gesù Cristo e i farisei. Non era la prima volta che cercavano di farLo cadere in qualche trappola. Nonostante i numerosi rimproveri ricevuti, si presentano nuovamente davanti al Redentore per chiederGli: «Maestro, qual è il più grande comandamento della Legge?» (Mt 22, 36).
San Tommaso d’Aquino commenta che, oltre ad essere calunniosa, la domanda era presuntuosa, poiché «non dovrebbe chiedere del grande chi non ha osservato il minimo».1 Nostro Signore allora risponde: «Amerai il Signore Dio tuo con tutto il cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua mente! Questo è il più grande e il primo dei comandamenti» (Mt 22, 37-38). A questo proposito, il Dottore Angelico commenta: «Dio deve essere amato come il primo amabile, giacché Egli stesso è il primo fine, mentre tutte le altre cose sono amate in funzione del fine. Pertanto, chi ama Dio come fine, Lo ama con tutto il cuore».2
Le parole successive del Salvatore costituiscono più di una semplice interpretazione della Legge; si tratta della rivelazione dell’Essere stesso di Dio. Gesù non soltanto unisce le tavole della Legge al profetismo, ma stabilisce la carità come fulcro della vita spirituale: «Amerai il tuo prossimo come te stesso. Da questi due comandamenti dipendono tutta la Legge e i Profeti» (Mt 22, 39-40). A questo proposito, l’Aquinate3 chiarisce che questo «come te stesso» non si identifica con l’egoismo, ma indica che si devono amare gli altri come se stessi in virtù dell’amore per Dio. Papa Benedetto XVI4 approfondisce questa prospettiva nell’Enciclica Deus caritas est, insegnando che l’amore per Dio e l’amore per il prossimo sono in fondo due facce della stessa medaglia, inseparabili e complementari. Chi ama veramente il prossimo, ama Dio, e viceversa.

Nostro Signore è l’Amore stesso che ci ha amati per primo (cfr. 1 Gv 4, 19), al punto da consegnarSi sulla Croce come amico (cfr. Gv 15, 13) e renderci eredi della beatitudine eterna. Gesù ci attira anche all’unione con Lui, che si rende effettiva attraverso la carità, vincolo di perfezione (cfr. Col 3, 14). In questa virtù sono incluse tutte le altre.5 A tal fine, è bene seguire la raccomandazione di San Paolo, cioè diventare imitatori dei Santi e del Signore, «avendo accolto la parola con la gioia dello Spirito Santo anche in mezzo a grande tribolazione» (1 Ts 1, 6).
Mentre percorriamo questo cammino, a volte tortuoso, possa il nostro amore per il prossimo non essere un mero sforzo umano, ma il riflesso concreto dell’amore assoluto del Padre per ciascuno di noi, purificando il nostro intelletto e la nostra volontà, per prepararci alla visione beatifica, dove la suprema virtù – la carità – sarà, finalmente, l’unica Legge che regnerà eternamente: «La carità non avrà mai fine» (1 Cor 13, 8). ◊
Note
1 SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Matthæum, c. XXII, lect. 4, n.1811.
2 Ibid., n.1813.
3 Cfr. ibid., n.1819.
4 Cfr. BENEDETTO XVI. Deus caritas est, nn.16-18.
5 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q. 44, a.1.

