Ci sono due modi di intendere il presente: come passato del futuro e come futuro del passato. E non pensare, caro lettore, che questa introduzione sia un semplice gioco di parole. È un fatto incontestabile – quasi un luogo comune – che i secoli precedenti ci hanno preparato e che, secondo la stessa regola, i figli che abbiamo generato sono il futuro nelle nostre mani.
Ecco perché la Storia è sempre stata considerata come uno specchio: guardandola, troviamo noi stessi e intravediamo già il futuro. Rivolgiamo quindi la nostra attenzione al tortuoso cammino dei millenni, per svelare il percorso attraverso il quale siamo arrivati alla situazione attuale. E per capire se dobbiamo continuare a percorrerla…
Vecchie novità
Il Rinascimento. Una delle ultime grandi svolte della Storia che ha cambiato il corso dell’umanità. Non in maniera brusca, certo, ma lentamente, inesorabilmente e … completamente. «Basta pronunciare le sillabe di questa parola perché vengano in mente immagini molteplici, contrastanti, ma tutte ugualmente dotate di una brillantezza singolare»1
Dopo la transizione dal mondo pagano a quello cristiano, il periodo di cambiamento più radicale che ha avuto la Storia è stato quello in cui il Medioevo si è trasformato nella Modernità. E tra i fattori più potenti di questa mutazione troviamo, senza dubbio, il Rinascimento.
Questo periodo storico, che in senso lato possiamo situare tra l’inizio del secolo XIV e la metà del XVI nell’Occidente cristiano, è considerato la culla e il vivaio di innumerevoli invenzioni e scoperte. Tuttavia, esagereremmo se attribuissimo solo a questo il cambiamento morale, psicologico e, soprattutto, religioso che si verificò.
In realtà, non sono le novità a rappresentarlo meglio, ma la sorda ribellione contro il suo tempo e il dichiarato ritorno agli schemi di epoche morte. Come suggerisce lo stesso nome, questo periodo non fu di nascita, ma di rinascita. E i suoi principali esponenti presentarono le loro invenzioni come riscoperte, «come un ritorno alle tradizioni dell’Antichità, dopo la lunga parentesi di quello che furono i primi a chiamare Età ‘Media’».2

Dea Atena – Musei Vaticani; sullo sfondo, le rovine del Tempio Eretteo di Atene
Riesumare i morti
Il male di questa trasformazione non stava nel progresso che avrebbe portato, sia nell’arte, che nella Filosofia o nelle scienze. Certo che no. Il problema non era ciò che introduceva, ma lo spirito con cui lo faceva, come vedremo più avanti.
Questo cambiamento di mentalità, mentre reintroduceva Roma e la Grecia nella civiltà europea, espelleva la Cristianità che all’epoca regnava nel suo apogeo. In una conferenza tenuta negli anni Sessanta, il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira3 fece un’analisi accurata a questo riguardo, di cui trascriviamo qui di seguito le idee principali.
Come una malattia, con sintomi apparentemente meno gravi di quelli delle tre Rivoluzioni che la seguirono,4 essa aprì una prima, profonda frattura nel mondo medievale, attraverso la quale penetrarono i germi di distruzione che fecero tutto il resto, dal protestantesimo fino al comunismo, arrivando al caos mondiale del secolo XXI. Nell’eleganza delle colonne ioniche risorte, nella gioia del contrappunto che cominciò a inondare le partiture europee, nella perfezione delle rappresentazioni umane su tele, pareti e marmi, era in germe tutto l’orrore morale che ne seguì.
Sarebbe risultato comunque difficile introdurre questo tipo di orrore nell’anima medievale, sempre avida di meraviglioso. Il Rinascimento si presentò, per questo, in una veste allettante agli uomini assetati di bellezza: sarebbe stata una rivoluzione di ampio respiro fatta in nome dell’arte. E non di un’arte qualsiasi, ma di quella che era stata sepolta sotto le rovine della Roma imperiale, dell’unica cultura – sempre secondo gli uomini del Rinascimento – in grado di soddisfare gli aneliti dell’animo umano. Le altre culture cresciute ai piedi di questo albero frondoso non sarebbero state altro che “dialetti”, semplici cespugli sottosviluppati. Era giunta l’ora di resuscitare questa cultura morta e “immortale”.
Ecco dunque un processo contrario alla natura: riesumare un cadavere invece di generare l’insieme di concetti, conoscenze e gusti che costituiscono la cultura e la mentalità di una civiltà. La cultura nasce dalle convinzioni e dalle condizioni in cui vive un determinato popolo; da circostanze storiche, pertanto. Riprendere in considerazione una cultura di altri – fino a considerarla l’unica valida – costituisce un’assurdità. E il Rinascimento è stato costruito su questa assurdità.
E il sepolcro divenne una culla
Erigere un edificio su fondamenta così deboli sarebbe stato impossibile se non ci si fosse trovati su un terreno molto propizio. E l’Italia era allora un campo ben preparato.
Infatti, mentre tutto l’Occidente era ancora palco della lenta agonia della civiltà medievale, in una Firenze in ebollizione artistica, in una Venezia arricchita e mercantile, e in una Roma da poco lasciata libera dal Papa – trasferito ad Avignone e con le preoccupazioni del conseguente scisma5 – era già in atto una trasformazione viscerale e irreversibile.
A poco a poco, emergeva nella Penisola Italiana un nuovo stato d’animo: il pensiero tendeva alla dissipazione, all’indagine del meramente naturale, alla sollevazione contro il dogma e la fede; la volontà, irritata dalle dipendenze morali che le erano imposte, faceva vacillare le discipline di base; il senso stesso della vita sembrava sul punto di essere messo apertamente in discussione.
Tre uomini simbolo
Le principali figure dell’Umanesimo, fiorite in questa primavera di geni pazientemente generata dalle università cattoliche del Medioevo, avrebbero incarnato l’antica, ma ritoccata mentalità.
Francesco Petrarca, considerato il padre di questo periodo storico, pur avendo preso gli ordini sacri, coltivava accanto ai versi virgiliani, una selva di orgoglio e vanità. Giudicò le scienze del suo tempo e le contestò tutte: Filosofia, Teologia, Medicina, Diritto… Per lui le università erano «covi di pedante ignoranza». In fin dei conti, non era ancora arrivato il redentore della conoscenza umana, il “nuovo Socrate”, come lui stesso si considerava. Tale autostima non gli impediva, tuttavia, di invidiare la gloria di Dante, che avrebbe oscurato il suo splendore presso la posterità. Infatti, Petrarca lo confessò, «la brama dell’immortalità del nome era una malattia così grave che non riusciva a liberarsene».6
Per Michelangelo, «il corpo dell’uomo è l’unico mezzo di decorazione, come pure di rappresentazione», e voleva, nell’illustrazione delle volte, «l’esibizione costante del corpo umano come la più alta personificazione di energia, vitalità e vita».7 Le sue opere esprimono gli orizzonti deplorevoli di quegli spiriti intemperanti e libertini che divennero «i legittimi precursori dell’uomo avido, sensuale, laico e pragmatico dei nostri giorni».8 Non è un caso che la Pietà, nonostante la maestria dei suoi tratti, ispiri così poca pietà, e che il soffitto della Cappella Sistina faccia abbassare gli occhi alle anime caste invece di elevarli al Cielo.
Un’altra grande icona: Leonardo da Vinci. Nel 1476 – aveva ventiquattro anni – fu persino arrestato a Firenze a causa della dissolutezza dei suoi costumi. Il pudore e il rispetto che abbiamo per i nostri lettori ci inducono a omettere dettagli.9 Con lui l’arte non sarebbe più stata al servizio dell’invisibile, ma sarebbe stata antropocentrica e naturalista. La proporzione umana, delineata nel suo “Uomo Vitruviano”, diventerà la misura del bello e della nuova civiltà: l’uomo, non Dio.

Francesco Petrarca – Galleria Municipale di Lecco; Leonardo da Vinci – Museo delle Antiche Genti, Lucania; Michelangelo – Galleria Hans, Amburgo (Germania)
I motori della rivoluzione
La prima caratteristica del Rinascimento, come osserva giustamente il Dott. Plinio,10 è una sorta di saturazione della vita medievale. Il Medioevo aveva avuto per ideale un’esistenza equilibrata, ordinata, diretta verso il suo fine ultimo; santa, per riassumere tutto in cinque lettere. E il suo declino vide sorgere un’insaziabile sete di piacere: «L’appetito per i piaceri terreni si sta trasformando in smania».11 Cosa c’era di sbagliato in questa tendenza? Soprattutto il fatto che l’uomo, affascinato da essa, avrebbe dimenticato il suo scopo, i suoi doveri, l’idea di un Dio, di un Cielo, di un inferno. Ed è quello che accadde.
Con il sopraggiungere del crepuscolo dell’austerità medievale, poterono quindi emergere nell’oscurità, senza mostrarsi nella loro mostruosità, gli ideali del paganesimo che avrebbero alimentato l’intero processo rivoluzionario che stava nascendo: l’orgoglio e la sensualità. Quest’ultima è stata ben tratteggiata, ci sembra, quando abbiamo descritto sopra alcuni corifei del Rinascimento. Quanto all’orgoglio, fu il re della festa: «Una nota caratteristica di quegli umanisti era la loro straordinaria vanità e ambizione di gloria, che li faceva immaginare superiori al genere umano».12
Un conflitto di coscienza
Che cosa accadde allora? La lotta della luce contro le tenebre, del crepuscolo contro la notte nel firmamento delle anime. La Roma di Cristo e la Roma di Giove ingaggiavano un duello all’ultimo sangue nella coscienza degli uomini. Cesare combatteva contro Dio per l’impero dei cuori. In ogni arena, nella battaglia scatenata in ogni individuo, l’esito fu diverso. Nel contesto generale della guerra, tuttavia, possiamo distinguere tre risultati.
Primo: il trionfo totale, anche se graduale, del paganesimo sulla tradizione cristiana in coloro nei quali la cultura classica aveva operato come un agente corrosivo; il solo contatto aveva provocato danni enormi. Sorsero i primi grandi atei e le loro diluizioni: materialisti e agnostici.
In secondo luogo: la vittoria – molte volte parziale – della Chiesa sul Pantheon. Si tratta di coloro che reagirono contro questo ideale pagano, molti di loro in modo insufficiente, forse anche inconsapevole. Tutti i Santi hanno combattuto in questo esercito. Anche un Filippo II di Spagna, un Don Sebastiano in Portogallo e uno Scanderbeg in Albania furono anime medievali in pieno apogeo rinascimentale.
Tra queste due piccole correnti antagoniste – proprio come una grande frase tra due sottili parentesi – troviamo la maggior parte dei campi di battaglia. Misteriosamente, forse per mancanza di profondità, di coerenza o di sincerità verso se stessi, in essi si stipulò un armistizio. Nessuna delle due parti fu sconfitta, eppure una uscì vincitrice. Sì: l’invasore detiene la vittoria quando non viene cacciato. Questi uomini – perché sono loro il campo di battaglia – accumularono entrambe le influenze rimanendo più o meno cristiani e più o meno neopagani. Metà terra e metà acqua: fango.

Da sinistra a destra: Cattedrale di Notre-Dame, Parigi; Beau-Dieu della stessa cattedrale; Incoronazione di Luigi VIII e Bianca di Castiglia, “Grandes Chroniques de France” – Biblioteca Nazionale di Francia, Parigi. Sullo sfondo, interno della Sainte-Chapelle, Parigi
L’arte sembra aver concretizzato questo terzo gruppo di anime: il Mosè di Michelangelo assomiglia più a un Giove Capitolino, le basiliche diventano templi greco-romani in cui si celebra la Messa, e alcuni Kyrie cantati al loro interno ricordano le melodie degli antichi baccanali.
Ieri e oggi, gli stessi problemi
E noi, che guardiamo a tali duelli di un tempo che non è il nostro, resteremo come gli spettatori del Colosseo, limitandoci a sorridere dinanzi al viavai dei colpi? In questa guerra – mi dispiace informarti, caro lettore, nel caso questo ti pesi – la nostra situazione non è quella di spettatori, ma di combattenti. A noi non spettano né gli applausi, né i fischi, né la tribuna. A noi le armi, a noi l’arena.
Sì, perché questa battaglia tra la cattedrale e il tempio ellenico va avanti da secoli. E la stessa cosa che accadeva un tempo, si sta ripetendo con vestiti nuovi. Ci permetta il lettore di spiegarlo sulla base delle considerazioni fatte dal Dott. Plinio.13
Il mondo moderno è stato sottoposto a un profondo lavorio da fermenti visceralmente anti-cattolici. Non intendiamo – e speriamo che anche il lettore non lo intenda in questo modo – per “mondo moderno” l’insieme degli sviluppi materiali introdotti negli ultimi decenni e la sorprendente raccolta di conoscenze acquisite in tutti i settori. Ci riferiamo piuttosto a un certo spirito, a una certa mentalità neopagana disposta ad accettare tutto ciò che si oppone alla Religione, semplicemente per un piacere terreno, dimenticando che la vita non termina qui sulla terra e che saremo giudicati da Dio in base alla nostra adesione, all’odio o all’indifferenza nei Suoi confronti.
Di fronte a questa influenza fondamentalmente anticristiana, per non dire diabolica, si profilano gli stessi tre scenari. Ci sono cattolici che pagano in tale maniera il loro tributo di ammirazione a tutto quanto il mondo offre di peccaminoso, che vendono la propria anima al prezzo di una tassa suprema. Dal lato opposto, troviamo i fedeli che, reagendo contro l’empietà odierna per conservarsi cattolici, si trasformano in crociati. Poi esistono i sempre numerosi atteggiamenti intermedi, di quelli che cercano di conciliare l’inconciliabile, lo spirito della Chiesa con quello di Satana.
Che triste situazione quella di questi ultimi! Avendo due padroni, vivono tra due paure. Da un lato, c’è in loro una certa paura di abbandonare la Religione; pregano quando si ricordano, considerano sacra la Santa Messa della domenica… purché non costi troppo. In fondo, vorrebbero essere migliori. Sentono persino l’inclinazione a seguire l’esempio dei Santi, la loro consegna totale, il loro amore. Ma il mondo… Ecco un’altra grande paura: il rispetto umano di essere diversi, di essere una luce nella notte, di essere gli unici a vivere in un campo di morti. E per questo accondiscendono allo spirito moderno, simpatizzano, si lasciano contagiare, si lasciano… uccidere.
Ora, un cattolico è veramente cattolico solo quando appartiene alla Chiesa senza alcuna mescolanza o eterogeneità di elementi estranei ad essa. Un cattolico può essere solo interamente cattolico. Un cattolico a metà sarebbe come una verginità a metà, come un sano bicchiere d’acqua con solo qualche goccia di veleno. Un cattolico diviso, che obbedisce a due padroni, teme entrambi e non ama nessuno dei due. Teme Gesù Cristo, suo Giudice; non ama Gesù Cristo, suo Redentore.

Da sinistra a destra: “Il precursore”, di Eleanor Fortescue – Lady Lever Art Gallery, Merseyside (Inghilterra); Mosè, di Michelangelo – Basilica di San Pietro in Vincoli, Roma; Tempietto del Bramante, Roma. Sullo sfondo, la Basilica di San Lorenzo, Firenze
Il dilemma
Chi avrebbe mai detto che il Rinascimento ci avrebbe insegnato tanto!… Il passato ha le sue novità. Per molti, addirittura uno scossone.
L’Umanesimo parve un semplice passo nella cultura. La sua portata, tuttavia, va oltre i confini dell’arte, della politica, del pensiero e dei secoli, toccando le profondità delle anime fino ai giorni nostri. Continua a restare in piedi il dilemma lanciato dalla resurrezione dell’Antichità Classica: il neopaganesimo o la Chiesa Cattolica?
Il fatto, però, è che molte volte la risposta consiste in una terza via, utopistica e peggiore: il paganesimo e la Chiesa Cattolica. Che tristezza!
In realtà, il Rinascimento non è così morto come spesso si sostiene… ◊
Note
1 DANIEL-ROPS, Henri. História da Igreja de Cristo. A Igreja da Renascença e da Reforma (I). São Paulo: Quadrante, 1996, vol. IV, p.171.
2 BURKE, Peter. El Renacimiento europeo. Centros y periferias. Barcellona: Crítica, 2000, p.12.
3 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 15/9/1966.
4 La pseudo-riforma protestante, la Rivoluzione francese e il comunismo. Per una comprensione più approfondita di queste rivoluzioni e del processo storico che le accomuna, si veda: CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Revolução e Contra-Revolução. 9.ed. São Paulo: Arautos do Evangelho, 2024, pp.35-43.
5 Cfr. WEISS, Juan Bautista. Historia Universal. Barcelona: La Educación, 1929, vol. VIII, p.128.
6 Idem, p.134.
7 DURANT, Will. História da civilização. A Renascença. 2.ed. Rio de Janeiro: Record, 1953, vol. V, p.384.
8 CORRÊA DE OLIVEIRA, Revolução e Contra-Revolução, op. cit., p.38.
9 Cfr. DURANT, op. cit., p.163.
10 CORRÊA DE OLIVEIRA, Conferenza, op. cit.
11 CORRÊA DE OLIVEIRA, Revolução e Contra-Revolução, op. cit., p.36.
12 WEISS, op. cit., p.129.
13 CORRÊA DE OLIVEIRA, Conferenza, op. cit.