Importanza dell’istruzione religiosa

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La dottrina cristiana ci manifesta Dio e le sue infinite perfezioni molto più profondamente di quanto possano farlo le facoltà naturali. È la sola a rivelare all’uomo la sua vera ed elevata dignità di figlio del Padre celeste.

 

San Pio X – Chiesa di Santa Maria di Guadalupe (Messico)

Il Nostro predecessore Benedetto XIV giustamente scrisse: «Questo asseveriamo, che la maggior parte di coloro, che son dannati agli eterni supplizi, incontrano quella perpetua sventura per ignoranza dei misteri della fede, che necessariamente si debbono sapere e credere per essere ascritti fra gli eletti».1

Ciò posto, Venerabili Fratelli, qual meraviglia che si veda oggi nel mondo, e non già diciamo fra i barbari, ma in mezzo alle nazioni cristiane, e cresca ogni giorno più la corruttela dei costumi e la depravazione delle abitudini? […]

Ci esorta a onorare Dio e ad amarci come fratelli

Il santo Davide, lodando Iddio della luce di verità da lui riverberata sulle nostre menti, diceva: «Signore, il lume del volto tuo è segnato sopra di noi» (Sal 4, 7). E la conseguenza di questa luce indicò qual fosse, aggiungendo: «Hai infuso allegrezza nel mio cuore» (Sal 4, 7); quell’allegrezza cioè che dilatandoci il cuore, fa che corra la via dei divini comandamenti.

E che sia di fatto così, apparisce manifesto a chi per poco rifletta. Imperocché la dottrina di Gesù Cristo ci disvela Iddio e le infinite perfezioni di lui con assai maggior chiarezza che non lo manifesti il lume naturale dell’umano intelletto. Ma poi? Quella stessa dottrina ci impone di onorare Dio con la fede, che è ossequio della mente; colla speranza che è ossequio della volontà; colla carità che è ossequio del cuore; e per tal guisa lega tutto l’uomo e lo soggetta al suo supremo Fattore e Moderatore.

Parimente la dottrina di Cristo è la sola che ci manifesti la vera ed altissima dignità dell’uomo, additandocelo come figlio del Padre celeste che è nei cieli, fatto ad immagine di lui e destinato a vivere con lui eternamente beato. Ma da questa stessa dignità e dalla cognizione della medesima Cristo deduce l’obbligo per gli uomini di amor vicendevole come fratelli ch’ei sono, prescrive loro di vivere quaggiù come si avviene a figliuoli della luce «non in bagordi ed ubriachezze, non in mollezze ed impudicizie, non in risse ed invidie» (Rm 13, 13).

Con essa, la volontà concepisce quell’ardore che ci unisce a Dio

Li obbliga inoltre a riporre in Dio ogni sollecitudine giacché egli ha cura di noi; comanda di stendere la mano soccorritrice al povero, di far bene a quei che ci fan male, di anteporre i vantaggi eterni dell’anima ai beni fugaci del tempo. E per non discendere in tutto al particolare, non è la dottrina di Gesù Cristo che all’uomo, il quale vive di orgoglio, ispira ed impone l’umiltà, origine di gloria verace? «Chiunque si umilierà… questi è il più grande nel regno dei cieli» (Mt 18, 4).

Dalla stessa dottrina apprendiamo la prudenza dello spirito, per cui fuggiamo la prudenza della carne: la giustizia, per cui rendiamo il suo diritto ad ognuno; la fortezza che ci fa pronti a patir tutto, e colla quale, con animo generoso, patiamo di fatto ogni cosa per Iddio e per l’eterna felicità; e finalmente la temperanza, con cui giungiamo ad amare financo la povertà, ci gloriamo anzi della croce, non curando il disprezzo.

Sta insomma che la scienza del cristianesimo non è solo fonte di luce all’intelletto per la consecuzione del vero, ma fonte eziandio di calore alla volontà, con cui ci solleviamo a Dio e con lui ci uniamo per la pratica delle virtù.  […]

Vizi che imperversano anche tra gli uomini di rango superiore

Per eccitare lo zelo dei ministri del santuario, troppi sono adesso coloro, ed ogni dì ne cresce il numero, i quali ignorano affatto le verità religiose o di Dio e della fede cristiana hanno soltanto quella scienza la quale permette loro di vivere a mo’ d’idolatri in mezzo alla luce stessa del cristianesimo. Quanti sono, né già soli giovanetti, ma adulti ancora e vecchi cadenti, i quali ignorano affatto i principali misteri della fede; i quali udito il nome di Cristo rispondano: «Chi è… perché debba credere in lui?» (Gv 9, 36).

In conseguenza di ciò non si recano punto a coscienza eccitare e nutrire odî contro del prossimo, fare ingiustissimi contratti, darsi a disoneste speculazioni, impossessarsi dell’altrui con ingenti usure, e simili malvagità. Di più, ignorano come la legge di Cristo, non solo proscrive le turpi azioni ma condanni altresì il pensarle avvertentemente e desiderarle; e rattenuti forse da un motivo qualsiasi dall’abbandonarsi ai sensuali diletti, si pascono, senza scrupolo di sorta, di pessime cogitazioni; moltiplicando i peccati più che i capelli del capo.

Né di questo genere, torniamo anche a dirlo, si trovano solamente fra i poveri figli del popolo o nelle campagne, ma altresì e forse in numero maggiore fra le persone di ceti più elevati e pur fra coloro cui gonfia la scienza, e che poggiati su d’una vana erudizione, credono di poter prendere in ridicolo la religione e «bestemmiano quello che ignorano» (cfr. Gd 1, 10). […]

La Fede ha bisogno dell’insegnamento della Chiesa per crescere

Né vale, per iscusarsi, il dire che la fede è un dono gratuito comunicato a ciascuno nel santo Battesimo. Sì, tutti i battezzati in Cristo hanno infuso l’abito della fede: ma questo germe divinissimo, non si sviluppa né mette ampî rami, abbandonato a se stesso e quasi per virtù nativa. Anche l’uomo, nascendo, porta in sé la facoltà d’intendere; pure ha bisogno della parola della madre, che quasi la risvegli e la faccia, come dicesi, uscire in atto.

Non altrimenti il cristiano, rinascendo per l’acqua e lo Spirito Santo, porta in sé la fede; ma gli è mestieri della parola della Chiesa che la fecondi, la sviluppi e la faccia fruttificare. Perciò scriveva l’Apostolo: «La Fede è dall’udito, l’udito poi per la parola di Dio» e per mostrare la necessità dell’insegnamento, aggiunge: «Come udiranno, se non vi sia chi predichi?» (cfr. Rm 10, 14-17).

Che se dalle cose premesse apparisce manifesta la somma importanza dell’insegnamento religioso; somma altresì deve essere la Nostra sollecitudine perché l’insegnamento del Catechismo, che Benedetto XIV disse: «la più utile istituzione per la gloria di Dio e la salute delle anime» – si mantenga sempre in vigore, e dove per caso si trascuri, torni a fiorire. […]

Venerabili Fratelli, Ci sia lecito, sul termine di questa Nostra Lettera, rivolgere a Voi le parole che disse Mosè: «Se alcuno appartiene al Signore si unisca a me» (Es 32, 26). Vi preghiamo e scongiuriamo, riflettete quanta rovina di anime si abbia per la sola ignoranza delle cose divine.

Forse molte cose utili e certamente lodevoli avete voi istituite nelle vostre diocesi a vantaggio del gregge affidatovi: a preferenza di tutte però vogliate, con quanto impegno, con quanto zelo, con quanta assiduità vi è possibile, procurare ed ottenere che la scienza della cristiana dottrina penetri ed intimamente pervada gli animi di tutti. «Ciascuno», sono parole dell’Apostolo S. Pietro, «come ha ricevuto la grazia, l’amministri a vantaggio altrui, come buoni dispensatori della multiforme grazia di Dio» (I Pt 4, 10). ²

 

Estratto da: SAN PIO X.
Acerbo nimis,
15/4/1905

 

Note

1 BENEDETTO XIV. Instit. 27, 18.

 

 

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