A somiglianza del Re dell’Universo, che nacque in una grotta gelida e morì crocifisso dai dominatori del mondo, Luigi XVII iniziò il suo regno in una prigione e caricò su di sé, fino alla morte, il pesante giogo dell’odio rivoluzionario.

 

Parigi, 21 gennaio 1793. Il rullo dei tamburi risuona in tutta la capitale, seguito dal ruggito di una folla assetata di sangue. Improvvisamente, cala un silenzio sorprendente, che si impadronisce della piazza mentre il criminale raggiunge il patibolo.

Criminale? Sì. Quale legge aveva infranto? La legge che “la libertà, l’uguaglianza e la fraternità” avevano imposto alla nazione: la monarchia è “oppressiva” e deve quindi essere sterminata. Il “crimine” di questo imputato consisteva nell’essere re di Francia e per questo veniva trattato come il peggiore dei banditi!

In piazza, il silenzio si prolunga per qualche istante perché, per quanto incredibile possa sembrare, nel cuore dei francesi lì presenti palpitano ancora resti del rispetto per la gerarchia e di amore per la nobiltà. Mesi prima, acclamavano con entusiasmo il Re Luigi XVI che ora contemplano essere messo a morte, per comparire presto davanti al giusto giudizio di Dio.

Segue un ultimo colpo di tamburi e l’implacabile lama della ghigliottina scende sulla testa dello sfortunato monarca.

Il “miglior vino” dei reali francesi

Ad alcuni, la notizia della morte del re causò terrore e costernazione; per altri, fu occasione per danze e canti, che rapidamente culminarono in vere e proprie orge, adatte alla bassezza di spirito che la Rivoluzione Francese propagava tra i suoi adepti.

Tuttavia, la mano di Dio, che aveva così benignamente guidato la figlia primogenita della Chiesa nel corso dei secoli – dal Battesimo di Clodoveo, attraversando il regno del grande Carlo e deliziandosi della virtù di San Luigi IX, fino a giungere a quel terribile giorno – non si era ritirata da lei. Era in serbo per la Francia, così come per tutta la Storia, il “miglior vino” della sua regalità: un bambino!

Maria Antonietta con i suoi figli Marie-Thérèse, Louis-Charles (in braccio) e Louis-Joseph, di Élisabeth Vigée-Le Brun – Palazzo di Versailles (Francia)

Sì, un bambino che piangeva amaramente la morte di suo padre e giaceva prigioniero abbracciato da sua madre, diventata da allora una povera vedova. Su questo ragazzino di soli sette anni ricadeva il manto dei Re Cristianissimi, il quale, a sua volta, sarebbe cresciuto in dignità passando a coprire un bambino innocente coronato dal dolore e dal martirio.

Il Delfino Louis-Charles, nato il 27 marzo 1785, figlio dell’illustre principessa d’Austria e regina di Francia, Maria Antonietta, e del Re Luigi XVI, era già acclamato come Luigi XVII da tutte le nazioni d’Europa e dai francesi che si mantenevano fedeli alla monarchia.

Un regno segnato dalla fedeltà in mezzo alla tragedia

“Vive le Roi! Vive Louis XVII!”, era il grido che risuonava tra le truppe cattoliche della Vandea e tra l’esercito del Duca di Condé. Tuttavia, a somiglianza del Re dell’Universo, che nacque in una grotta gelida perseguitato dai governanti del mondo, il piccolo Luigi XVII visse i primi giorni del suo regno in una prigione, caricando su di sé il pesante giogo dell’odio e dell’indignazione rivoluzionaria.

I fautori della Rivoluzione sapevano che attraverso questo bambino passava il filo d’oro della regalità di Francia, la cui monarchia quasi leggendaria aveva impregnato col suo profumo i secoli della Cristianità. E sapevano, pertanto, che la storia del piccolo monarca avrebbe definito il futuro dell’Europa e della Civiltà Cristiana.

Desiderosi di rovesciare ogni sana tradizione, di portare alla rovina l’ordine stabilito dalla Santa Chiesa nei costumi e di impiantare il caos e l’uguaglianza nelle anime e nei popoli, progettarono machiavellicamente la misteriosa scomparsa di questo giovane re. Per farlo, cominciarono a separarlo dall’unica che avrebbe potuto sostenerlo, supportarlo e consigliarlo in quelle drammatiche circostanze: sua madre.

Durante la tragedia più sublime della Storia degli uomini, la Passione di Nostro Signore, si verificò una scena struggente e straziante: l’incontro di Gesù con Maria e il loro solenne addio sul Calvario. Dopo averLa consegnata all’Apostolo Giovanni, il Divin Redentore spirò, separandoSi fisicamente da Colei che, tra tutte le creature, era la più amata dal suo Sacro Cuore.

Chi può immaginare il dolore che questa separazione causò al Cuore Immacolato di Maria? Nessuno! Perché nessuna madre ha mai amato un figlio come la Santissima Vergine ha amato il suo, che era Dio stesso!

Secoli dopo, ci fu una madre che – mantenute le debite proporzioni – soffrì nella prigione della Torre del Tempio dolori analoghi a quelli della Madonna nel vedere che le strappavano dalle braccia il suo amato figlioletto, il delfino di Francia.

Pianti, minacce, grida e lamenti… Niente smosse i cuori induriti di quei rivoluzionari. Vedendo tutti i suoi sforzi cadere nel vuoto, Maria Antonietta, i cui capelli biondi erano diventati bianchi per le orribili sofferenze della prigionia, capì alla fine che quel tormento era permesso da Dio per ragioni che lei non poteva arrivare a comprendere. Ricordandosi del martirio supremo che Lui stesso aveva abbracciato per amore degli uomini, si armò del coraggio che aveva animato la Santissima Vergine a stare in piedi davanti al Figlio agonizzante e, con santo eroismo, disse al piccolo che si aggrappava disperatamente a lei: “No, figlio mio, è necessario obbedire; è necessario!”.1 Con il suo cuore materno trafitto dal dolore, liberò la mano del bambino, che finì per accettare che l’elevata condizione di re gli richiedeva, in quell’ora, un crudele patimento.

Era infatti necessario che un innocente soffrisse per il peccato del suo popolo. Così, strappato all’affetto e alle cure materne, Luigi XVII iniziò il suo doloroso calvario.

Martirio crudele e lento, sofferto con santità

Portato in un altro scompartimento della Torre del Tempio, il delfino fu consegnato nelle mani di Simone il ciabattino, un “fedele patriota”, dedito all’ubriachezza e ai costumi più depravati. Questo sarebbe stato l’“educatore” di Luigi XVII che aveva solo otto anni.

Approfittando della sua puerile ingenuità, il calzolaio gli insegnava le canzoni rivoluzionarie e, innumerevoli volte, lo faceva ubriacare in modo che pronunciasse insulti alla corona e firmasse documenti che favorissero il nuovo “governo” francese.2

È difficile descrivere in poche righe la condizione pietosa in cui i maltrattamenti di Simone lasciarono il piccolo re… La sua salute ne fu profondamente scossa; la sua fisionomia, un tempo dolce e sorridente, divenne segnata dalla tristezza, e il suo volto, emaciato e pallido; le sue membra divennero allungate e sproporzionate, la sua schiena, curva, e il suo portamento, abbattuto.3 Tuttavia, la personalità del giovane Luigi si manteneva salda. Nei momenti di lucidità, si opponeva energicamente a qualsiasi suggerimento di Simone e veniva per questo castigato con insulti furibondi, schiaffi, calci, e aggressioni persino più violente, come l’essere afferrato e scosso in aria fino a slogare tutto il suo corpo.4

La collera dell’empio calzolaio era talmente fuori controllo che un giorno, rendendosi conto che non c’era modo di costringere il bambino a dire “Viva la Repubblica!”, dovette essere trattenuto da un conoscente che si trovava lì, per non finire per uccidere il piccolo a suon di botte…

Di fronte a tanto orrore, tuttavia, il delfino dava costantemente prova di virtù e pazienza. Un esempio commovente avvenne in relazione al fatto narrato sopra. La Storia racconta che “il giorno successivo, quando [lo stesso conoscente] tornò [all’alloggio di Simone], fu sorpreso dall’offerta di una mela da parte di Luigi XVII, che gli disse che aveva conservato il dolce del giorno precedente per offrirglielo, come ringraziamento per avergli salvato la vita”.5 Infatti, anche se sfinito dalle torture e dalla prigionia, il giovane re non perse mai la sua nobiltà d’animo e di sangue; al contrario, la sofferenza non fece che affinare nel suo cuore queste qualità.

In molte altre circostanze Luigi XVII brillò davanti a Dio per le sue pie disposizioni. Una volta, fu sorpreso da Simone alle prime ore del mattino a pregare, inginocchiato sul suo pagliericcio; il giorno dopo, vedendo il piccolo nuovamente in preghiera, il rozzo calzolaio lo sorprese alle spalle con una bacinella d’acqua gelata che inzuppò completamente lui e il suo letto. In un’altra occasione diede prova di profondo distacco da se stesso quando, alla domanda su cosa avrebbe fatto se i Vandeani avessero restaurato il trono di Francia, rispose: “Vi perdonerei”.6 La prova più grande della sua virtù, tuttavia, si trova senza dubbio nel fatto che “non [formulò] mai il minimo rimprovero, [né] la minima accusa contro coloro che lo avevano torturato”.7

Questo giovane re fu un autentico martire nel corpo e, soprattutto, nell’anima. La sua fedeltà a Dio e alla Francia, in mezzo a tanti tormenti, segnò la Storia per sempre.

Simone, il ciabattino, e Luigi XVII al Tempio nel 1794, di Jean-Louis Prieur

Nuove e più lancinanti prove…

Poiché la Rivoluzione inganna sempre i suoi fautori, un cambio di potere portò Simone stesso alla ghigliottina. Il piccolo delfino, quasi distrutto da tanti maltrattamenti e completamente deperito, fu allora gettato in una prigione e dimenticato lì come un sepolto vivo. Per sei lunghi mesi rimase solo sotto la vigilanza di alcune guardie. Aveva già combattuto, con lo stesso eroismo dei suoi antenati, l’influenza peccaminosa e satanica di Simone; ora, sarebbe stato necessario per lui affrontare avversari ancora più crudeli: l’abbandono, la solitudine e la paura.

Iniziava un nuovo “martirio incessante, di cuore e di spirito, profondo e lancinante, totalmente ineffabile, commovente per tutti, ma che solo Dio poté conoscere. Apparentemente, almeno, non poteva non sentirsi totalmente abbandonato dagli Angeli e dai suoi e lasciato indifeso all’odio, alla crudeltà barbara e alla maleducazione ingiuriosa dei suoi nemici che non cercavano altro che distruggere lui e, in lui, la Francia, di cui era l’incarnazione”.8

Chi potrà svelare le enormi lotte interiori che questa giovane anima ingaggiò nella sua solitudine? Il tempo trascorso in prigione gli sembrava un’eternità… I fantasmi della paura tormentavano il suo tenero cuore e l’angoscia si impadroniva del suo essere, un tempo così pieno di forza e di coraggio. La sua brevissima vita assomigliava al peggiore degli incubi: lontano dal rispetto, dallo sfarzo e dagli onori a cui aveva diritto, senza la minima occupazione che potesse distrarlo, senza una sola parola che lo incoraggiasse e, soprattutto, senza qualcuno che lo sostenesse in quella dura situazione. I suoi giorni passavano come anni e i mesi come decenni.

Nel frattempo, mentre la Rivoluzione diffondeva il terrore in tutta la Francia, il sangue di questo re, vittima del suo stesso popolo, veniva presentato a Dio come un’offerta di soave e irresistibile odore.

Infamia della nazione, caricò fino alla morte i peccati del suo popolo

Passarono i mesi e la dirigenza del governo prese di nuovo altre direzioni. I responsabili del delfino – ora meno radicali e odiosi – vedendo il suo stato spaventoso, iniziarono le procedure per il suo recupero. Tuttavia, la salute del bambino si era deteriorata a tal punto che gli sforzi dei medici furono inutili, servirono solo a prolungare la sua agonia…

C’è una frase struggente della Scrittura che si applica al Divin Piagato: “Io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo” (Sal 22, 7). Questo re di Francia, a somiglianza di Nostro Signore Gesù Cristo, aveva il corpo coperto di ulcere e, irriconoscibile, non poteva muoversi senza dolore. Essendo diventato, come Cristo, l’infamia della sua nazione, caricava su di sé anche i peccati del suo popolo. Per amore dei suoi, avrebbe bevuto fino alla fine il calice che gli era stato destinato.

Nel giugno 1795, arrivò finalmente l’ultima ora per il piccolo martire. Su un letto, con violenti dolori in tutto il corpo, la sua fisionomia divenne improvvisamente placida e serena. Uno di quelli che lo accompagnavano, tenendogli la mano, gli disse: “Spero che tu non debba più soffrire…”. E ricevette questa risposta piena di unzione: “Oh, soffro ancora, ma molto meno. La musica è così bella!” Sorpreso e pieno di compassione, chi lo assisteva gli chiese da che parte venisse la musica, e lui rispose: “Dall’alto! E posso distinguere tra le voci il timbro di mia madre!”.9

Qualche tempo dopo, ci fu un cambio di carcerieri. Quando la nuova guardia si avvicinò, rendendosi conto che il bambino era negli ultimi momenti della sua esistenza, gli chiese come si sentiva. Il povero orfanello, insistendo su ciò che aveva detto prima, rispose: “Credi che mia sorella stia ascoltando la musica? Le farebbe tanto bene poter sentire questa musica!”.10 Di fronte a tanta innocenza e nobiltà d’animo, dal cuore di coloro che lo accompagnavano scaturì un rispettoso silenzio.

Luigi XVII, di Alexander Kucharsky – Palazzo di Versailles (Francia)

Dopo qualche altro istante, con gli occhi lucidi e spalancati, dando l’impressione di essere in estasi, il giovane re si alzò con grande difficoltà e disse: “Ho qualcosa da dire…”.11 Ma le forze lo abbandonarono e gli uomini non furono degni di sentire le ultime parole concepite dal suo cuore verginale; esse rimasero come un prezioso segreto che Dio volle riservare per Sé. Con grande calma, il bambino appoggiò di nuovo la testa e consegnò la sua anima al Sacro Cuore di Gesù, Colui che, per più di cento anni, aveva concesso ai sovrani di Francia il privilegio della sua amicizia, del suo amore e della sua predilezione. Era l’8 giugno 1795.

Finalmente, il Cielo lo accolse!

Certamente, il piccolo re martire poté presto trovare la consolazione e il riposo da tutti i suoi tormenti tra le braccia della Madonna! A questo figlio di tanti dolori, a quest’erede di tanti tesori, a questo guerriero che concentrò in sé gli eroismi più belli e audaci del suo lignaggio, Maria Santissima, Madre di Misericordia, non poteva non aprire, con tenerezza, le porte del Paradiso!

Anche se non è stato beatificato dalla Chiesa, Luigi XVII è degno di tutta la nostra ammirazione, della nostra elevazione e del nostro incanto, perché ha lasciato un esempio sublime per i secoli futuri. Accettando con eroica grandezza sofferenze molto al di sopra delle sue forze e sopportando per il bene della nazione i tormenti che essa stessa gli aveva inflitto, ci ha insegnato a procedere come altri Cristi quando i venti della tragedia bussano alle porte delle nostre anime!

 

Note

1 CHARLES-ROUX, Jean. Paixão e calvário de um menino-rei de França. In: ESCANDE, OP, Renaud (Dir.). O livro negro da Revolução Francesa. Lisboa: Alêtheia, 2010, p.134.
2 Cfr. Idem, p. 137.
3  Cfr. BEAUCHESNE, Alcide de. Louis XVII, sa vie, son agonie, sa mort. Captivité de la famille royale au Temple. 8.ed. Parigi: Hachette, 1871, vol.II., p.163.
4 Cfr. CHARLES-ROUX, op. cit., p.137-138.
5 Idem, p.138.
6 Idem, p.136.
7 Idem, p.143.
8 Idem, p.141.
9 Cfr. BEAUCHESNE, op. cit., p.324-325.
10 Cfr. Idem, p. 325. Riferimento a Marie-Thérèse Charlotte, Madame Royale, sorella maggiore di Luigi XVII e, come lui, prigioniera in uno degli scompartimenti della Torre del Tempio.
11 Idem, ibid.

 

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