Perdonare: la “debolezza” di Dio

Ad imitazione del Cuore Divino, un nuovo paradigma di relazione è sorto tra gli uomini.

13 settembre – XXIV Domenica del Tempo Ordinario(Sir 27, 33-28, 9; Sal 102; Rm 14, 7-9; Mt 18, 21-35)

La massima della legge del taglione «occhio per occhio, dente per dente» regolò le relazioni sociali dei popoli antichi. Tanto grande fu la sua influenza come modello morale che persino il popolo eletto – destinatario della Rivelazione e dell’attesa messianica – si lasciò guidare da questa mentalità crudele, trascurando il sublime precetto di amare il prossimo come se stessi, già prescritto da Mosè (cfr. Lv 19, 18).

D’altra parte, l’intima comunione con Cristo portò gli Apostoli a testimoniare un oceano insondabile di bontà nei confronti di tutti coloro che si avvicinavano a Lui con cuore contrito: lebbrosi, ciechi e paralitici venivano guariti, gli indemoniati liberati, i morti risuscitati… Soprattutto, i peccatori venivano perdonati, recuperando l’amicizia con Dio e, di conseguenza, l’inestimabile dono della pace interiore!

Il Divin Maestro inaugurava, così, un nuovo paradigma nella relazione tra Dio e gli uomini: «Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 29). Questo nuovo modello esigeva dagli Apostoli un cambiamento radicale di vita, una vera e propria metanoia. Si trattava di conformare la propria esistenza al modello di perfezione evangelica, fondato sulla rinuncia all’amor proprio e interamente orientato alla gloria di Dio e al bene delle anime.

È in questo contesto che si inserisce la domanda di San Pietro, riportata nella Liturgia di questa domenica: «Signore, quante volte dovrò perdonare a mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?» (Mt 18, 21).

La risposta del Signore è eloquente: bisogna perdonare non solo sette volte, ma settanta volte sette! In quella cultura, il numero sette simboleggiava la pienezza. La moltiplicazione di questi numeri enfatizza la necessità di un perdono illimitato.

Per illustrare questa esigenza, Gesù presenta la parabola del servo a cui è stata perdonata un’enorme fortuna (cfr. Mt 18, 24). Il testo greco, più preciso, parla di diecimila talenti, una somma astronomica equivalente a centinaia di tonnellate d’argento o a milioni di giornate di lavoro!… Per l’epoca, si trattava di un debito impossibile da estinguere con lo sforzo umano.

Qualcosa di simile vale anche per il Regno dei Cieli: sul piano salvifico, ogni creatura deve al Creatore una somma impossibile da ripagare. Il peccato originale e le nostre colpe, poiché offendono l’Essere Infinito, acquisiscono anch’esse una gravità infinita. Solamente grazie ai meriti del Preziosissimo Sangue del Redentore, versato per amore dell’umanità, il nostro debito viene estinto e il Paradiso riaperto. La condizione non negoziabile per ottenere questo perdono consiste nell’imitazione di Cristo, perdonando – anche se in modo incomparabilmente inferiore – coloro che ci offendono.

Lo stesso principio può essere applicato, mutatis mutandis, alla triste condizione dell’umanità contemporanea. Unicamente grazie a un immenso e gratuito perdono del Cuore di Gesù, ottenuto per le suppliche della sua Santissima Madre, il mondo si rialzerà, pentito, verso l’autentica Fede. Le grandiose promesse di Fatima – «Alla fine, il mio Cuore Immacolato trionferà!» – indicano il regno di Maria e del suo Divino Sposo quale piena realizzazione della supplica del Figlio di Dio all’Eterno Padre: «Venga il tuo Regno, sia fatta la Tua volontà come in cielo così in terra» (cfr. Mt 6, 10). 

 

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