18 ottobre – XXIX Domenica del Tempo Ordinario (Is 45, 1.4-6; Sal 95; 1 Ts 1, 1-5; Mt 22, 15-21)
Colui che ha passato la vita facendo il bene (cfr. At 10, 38) sta ora combattendo le ultime battaglie prima della Redenzione. L’odio contro di Lui raggiunge il culmine, manifestandosi in questa Liturgia domenicale con parole melliflue: «Maestro, sappiamo che sei veritiero e insegni la via di Dio» (Mt 22, 16). Gli autori di questo inganno sono i farisei che, mandando i propri discepoli a cogliere Gesù in qualche contraddizione, si alleano con i propri nemici politici, gli erodiani.
I farisei aspiravano alla liberazione del popolo eletto da ogni autorità civile; gli erodiani, al contrario, si erano adeguati al pagamento delle tasse ai romani. Gesù Si trova così tra due fazioni che, nonostante le loro divergenze, convergono nel desiderio di eliminarLo.
Presentando a Nostro Signore un problema di coscienza – «È lecito o no pagare il tributo a Cesare?» (Mt 22, 17) –, cercano di metterLo alle strette. Nella visione farisaica, il tributo è dovuto a Dio, non agli imperatori. Se Gesù avesse difeso il pagamento, sarebbe incorso nell’odio popolare, venendo reputato un falso profeta; se lo avesse sconsigliato, si sarebbe reso reo di insurrezione contro l’autorità romana.
La sottigliezza della domanda, nascosta dietro la maschera dell’ipocrisia, richiede una risposta straordinariamente perspicace. La semplicità divina si limita a chiedere l’oggetto della controversia: «“Mostratemi la moneta del tributo”. Ed essi gli presentarono un denaro» (Mt 22, 19).
A quell’epoca, i Romani concedevano ai popoli sottomessi il privilegio di coniare le proprie monete in rame, raffiguranti figure animali o vegetali; tuttavia, le monete d’argento – le uniche accettate per il pagamento del tributo – circolavano in tutto l’impero e recavano l’effigie di Cesare, coronata d’alloro.
La verità dei fatti è la risposta perfetta del Signore, poiché se, in teoria, i farisei ripudiavano il tributo a Cesare, in pratica utilizzavano la sua moneta senza scrupoli… Un’ipocrisia dopo l’altra! La sentenza definitiva del Divin Maestro riecheggia attraverso i secoli: «Rendete dunque a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio» (Mt 22, 21).

Questo insegnamento divino attraverserà i secoli, poiché stabilisce la necessaria concordia tra l’ordine civile e quello ecclesiastico: entrambi derivano da Dio e devono convergere verso il bene comune, rispondendo alle necessità spirituali e materiali della società. Questa armonia deve avere inizio dentro di noi, poiché portiamo impresse nel nostro essere sia l’immagine di Cesare, che si manifesta nelle nostre necessità fisiche, sia l’immagine di Dio, come rivelato all’inizio della creazione: «Facciamo l’uomo a nostra immagine, a nostra somiglianza» (Gn 1, 26).
Se piangiamo quando perdiamo una moneta di valore, non dovremmo forse rammaricarci anche quando deturpiamo l’immagine di Dio impressa nella nostra anima? Sant’Agostino lo sintetizza bene: «Come Cesare cerca la sua immagine nella sua moneta, così Dio cerca la sua nella tua anima. “Date a Cesare”, disse, “quel che è di Cesare”. Che cosa ti chiede Cesare? La sua immagine. Che cosa ti chiede Dio? La Sua immagine. Tuttavia, quella di Cesare è sulla moneta, quella di Dio è in te».1 ◊
Note
1 SANT’AGOSTINO DI IPPONA. Sermone 113A, n.8.

