San Pietro Claver – 8 settembre – Sacerdote, apostolo e… schiavo!

L’epitaffio inciso sulla sua tomba – «Schiavo degli schiavi» – ci ricorda non solo chi fu, ma soprattutto quale sia il modo migliore per diventare grandi agli occhi di Dio: farsi schiavi degli altri mediante la carità.

Stefan Zweig, scrittore austriaco di fama mondiale, nel prologo della sua opera su Ferdinando Magellano racconta ciò che lo spinse a studiare le avventure di quell’epoca di scoperte e di grandi navigazioni.

Un giorno, comodamente sistemato su un transatlantico dotato di tutti i comfort che una nave di quelle dimensioni potesse offrire, stava viaggiando verso l’Argentina, dove lo attendeva un gruppo di amici. Dopo sette o otto giorni di navigazione, le ore gli sembravano interminabili e noiosissime.

Considerando la lentezza delle lancette del suo orologio, così simile al lento procedere della nave in mare, il celebre scrittore fu assalito da un repentino senso di vergogna. Il solo confronto tra il suo viaggio e quello di un navigatore dell’epoca delle scoperte lo fece arrossire! Stava compiendo la più tranquilla delle traversate, su una nave splendida e lussuosa, con tutte le comodità immaginabili. Quando di notte la temperatura scendeva, gli bastava premere il pulsante del riscaldamento; quando a mezzogiorno il clima diventava torrido, aveva a disposizione un ventilatore e persino una piscina; sulla tavola del ristorante c’erano piatti appetitosi e bevande raffinate; se desiderava occupare il tempo con una lettura proficua, la biblioteca a bordo era vastissima; e non mancavano ambienti accoglienti per i giochi e la musica.

In quella condizione di comfort, ricordare le spedizioni marittime di un tempo era per lui umiliante e persino imbarazzante: si trattava di epoche in cui uomini come lui si imbarcavano su fragili caravelle, decisi a solcare mari sconosciuti, affrontando le intemperie, la scarsità di cibo e di acqua potabile, in un’avventura il cui esito era estremamente incerto.

Ebbene, nel 1610, un giovane religioso gesuita di nome Pietro Claver si lanciò in un’impresa simile, avendo come unico obiettivo la salvezza delle anime.

“Vita nascosta”

Pietro Claver nacque a Verdú, in Spagna, il 25 giugno 1581. Il periodo trascorso tra la sua nascita e la professione dei voti semplici nella Compagnia di Gesù, all’età di ventun anni, viene definito da alcuni autori la sua “vita nascosta”. Ciò si deve alla scarsità di informazioni, documenti e resoconti biografici sulla sua infanzia e adolescenza.

Si sa, però, che l’evento decisivo per la sua formazione e il compimento della sua vocazione fu l’incontro con un altro religioso della Compagnia di Gesù, Sant’Alfonso Rodríguez, che ricoprì per quarantasette anni l’umile incarico di portinaio presso il Collegio di Nostra Signora del Monte Sion, sull’isola spagnola di Maiorca.

Una guida, un maestro e un modello

Alfonso Rodríguez sapeva bene che la santità è lo stato proprio di chi compie costantemente la volontà di Dio. Pertanto, la semplicità del suo incarico, svolto con estremo amore per l’obbedienza, non costituì mai per lui un ostacolo al suo più alto ideale: onorare, amare e servire il Creatore. La docilità, la sottomissione e la fedeltà alla vocazione costituivano il profilo di colui che sarebbe diventato il maestro di Pietro Claver, spingendolo a percorrere la via dell’imitazione di Cristo.

Come il Principe degli Apostoli, San Pietro Claver fu chiamato da Dio ad attraversare mari sconosciuti e a diventare un grande pescatore di uomini
San Pietro Claver – Parrocchia del Sacro Cuore di Gesù, Santander (Spagna)

La comunione tra questi due santi gesuiti fu talmente proficua che uno dei loro biografi poté affermare: «Senza Sant’Alfonso Rodríguez, non si spiegherebbe né sarebbe esistito San Pietro Claver».1 Risulta che, quando si incontrarono per la prima volta, i due si abbracciarono senza riuscire a trattenere le lacrime. Fu Sant’Alfonso a ispirare, orientare e persino prevedere la missione di Pietro Claver.

Quale era questa missione?

Pietro, «duc in altum»!

Pietro Claver si sentiva chiamato a prendere letteralmente il largo in acque più profonde, seguendo il comando di Nostro Signore al Principe degli Apostoli: «Duc in altum!» (Lc 5, 4). Dio lo chiamava ad attraversare mari sconosciuti e a diventare un grande pescatore di uomini in un continente pieno di difficoltà.

Tuttavia, non si trattava solo di una voce o di una mozione interiore. La sua missione era stata chiaramente espressa da Sant’Alfonso Rodríguez in un giorno in cui i due erano seduti all’ombra di un albero, nel cortile del collegio. Il venerabile anziano gli disse: «Quanti oziosi in Europa potrebbero essere apostoli in America!» E, con le lacrime agli occhi, aggiunse: «Che la carità di Dio non manchi di solcare quei mari che l’avarizia umana ha già saputo attraversare. Non valgono forse anche quelle anime la vita di un Dio? Non è forse morto anche per loro? Ah, Pietro, figlio mio amatissimo, perché non vai anche tu a raccogliere il Sangue di Gesù Cristo?».

Per Pietro Claver fu evidente che Dio stava manifestando la sua volontà attraverso quelle parole del suo maestro. Tuttavia, parlare dell’America a quei tempi incuteva timore persino nei missionari più audaci. Proprio per questo, Alfonso Rodríguez non mancò di incoraggiarlo: «Non sa amare chi non sa soffrire, e lì ti aspetta… Ah! Se solo sapessi quale grande tesoro ti è stato preparato!»

Poco tempo dopo, all’età di ventinove anni, Pietro salpava dal porto di Siviglia, salutando definitivamente l’Europa il 15 aprile 1610.

Le “voci” non avevano mentito

I viaggi a quel tempo erano lunghi e pericolosi, ma egli giunse senza grossi problemi a Cartagena delle Indie, nella Nuova Granada – l’odierna Colombia.

Alla fine della sua vita, san Pietro Claver rivelò in confidenza un’altra parte della profezia del suo maestro. Affermò, con la gioia di vederle avverate, che questi gli aveva comunicato con chiarezza tre cose: la prima, che il suo lavoro si sarebbe rivolto soprattutto ai neri; la seconda, che si sarebbe svolto nella Nuova Granada; la terza, che avrebbe avuto luogo specificamente a Cartagena delle Indie.

All’inizio della missione, qualcosa sembrava contraddire il preannuncio, poiché fu inviato prima a Bogotá e poi a Tunja. Tuttavia, le due missioni che gli furono affidate in quel periodo coprirono solo tre anni degli oltre quaranta che trascorse in Colombia. Le “voci” di Sant’Alfonso non avevano mentito!

Tornato a Cartagena, Pietro non tardò a dare inizio alla sua opera apostolica con gli schiavi portati dall’Africa.

Dopo un periodo di incertezza e di discernimento sulla sua vocazione al sacerdozio, ricevette il Sacramento dell’Ordine il 19 marzo 1616, configurandosi a Cristo, Sacerdote e Vittima. Da quel momento in poi, il suo apostolato sarebbe stato molto più efficace e fecondo.

Liberati dalla peggiore schiavitù

Non disponiamo di elementi sufficienti per ricostruire integralmente il quadro delle sofferenze che dovevano sopportare, sulle navi negriere, quegli esseri umani ridotti in condizione di schiavitù. Tuttavia, per un misericordioso disegno divino, attraversare l’Oceano Atlantico, come un nuovo Mar Rosso, avrebbe portato loro la liberazione da un’altra schiavitù: quella del peccato.

Dio – che sa trarre il bene anche da circostanze di calamità e disgrazia – aveva preparato una guida capace di donare loro qualcosa che non potevano nemmeno immaginare: la vita divina, attraverso le acque del Battesimo. In riva al mare, non lontano dal porto, c’era Pietro Claver in attesa di quei prigionieri che avevano urgente bisogno di cure per il corpo e, ben più ancora, di cure per l’anima.

Quando arrivava un’imbarcazione, egli le correva immediatamente incontro, accompagnato da interpreti, portando cibo, bevande e medicinali. Entrava senza esitazione nelle stive pestilenziali e nauseabonde con l’intenzione di pulire le ferite, applicare bende e aprire i cuori di quegli sventurati alla grazia di Cristo. Con parole affettuose che infondevano fiducia in tutti, preparava a poco a poco quelle anime a ricevere il Battesimo e a fare il proposito di condurre una vita cristiana, fondata sull’osservanza dei Comandamenti.

Morto a se stesso, vivo per Dio

Attraverso padre Pietro Claver, Dio Si rivelava a quei poveri esiliati come un Padre benevolo, accogliente, misericordioso. Il santo missionario battezzò circa trecentomila neri nel corso dei suoi quarantaquattro anni di missione apostolica. Il suo amore per la Santissima Vergine lo portava anche a predicare con grande entusiasmo la devozione al Santo Rosario, che egli stesso confezionava e distribuiva a migliaia ogni anno.

Per essere grande agli occhi di Dio, l’uomo deve farsi schiavo degli altri mediante la carità, sopportando nella propria carne le sofferenze di Cristo
San Pietro Claver battezza uno schiavo – Chiesa di San Pietro, Lima

I suoi ultimi quattro anni su questa terra trascorsero nell’infermeria del convento, con il corpo praticamente immobilizzato a causa di una malattia. Colui che, sull’esempio di San Paolo, si era fatto tutto per tutti (cfr. 1 Cor 9, 22), trascorreva le giornate in silenziosa contemplazione, abbandonato e dimenticato dagli uomini. Un’ultima sofferenza gli era ancora riservata: il giovane schiavo – uno di quelli a cui aveva dedicato tutta la sua vita –, designato come suo infermiere, si comportava in realtà come un crudele aguzzino, trattandolo con estrema brutalità e privandolo spesso del cibo necessario.

Fino alla fine dei suoi giorni, Pietro Claver fu un uomo morto a se stesso, alle sue preferenze, alle sue comodità, alla sua gloria personale. Per lui, come un tempo per l’Apostolo delle Genti, vivere in funzione dei suoi prigionieri fu un guadagno, e morire un vantaggio che lo condusse in Cielo (cfr. Fil 1, 21).

La notizia della sua imminente morte sembrò risvegliare Cartagena delle Indie dal letargo soprannaturale in cui giaceva. L’intera città – schiavi e liberi, ricchi e poveri – si recò al suo capezzale, dove agonizzava, per rendergli omaggio in segno di gratitudine, manifestando la venerazione dovuta a un vero santo.

Coronato da grandi meriti, lasciò questo mondo per la beatitudine eterna l’8 settembre 1654, festa della Natività della Signora Celeste che tanto aveva amato. Lasciò un corpo che sembrava solo addormentato, da cui emanava un odore soave e gradevole.

La sua vita, un’eredità preziosa

Oggi l’epitaffio «Schiavo degli schiavi», inciso sull’altare che custodisce i suoi resti mortali, ricorda che, per essere grande davanti a Dio, l’uomo deve servire gli altri mediante la carità, sopportando nella propria carne le sofferenze di Cristo (cfr. Col 1, 24).

Quanto sono lontane dal vocabolario moderno le parole sofferenza, croce e sacrificio! Quanto sono oggetto di avversione e disprezzo!…

Tuttavia, sebbene la vita contemporanea sia piena di piaceri, comodità e comfort, non mancheranno mai momenti di dolore, drammi e perplessità. Se nelle avversità ci ricorderemo di San Pietro Claver, avremo la forza e il coraggio per abbracciare la Croce di Cristo, per sacrificarci senza riserve per la salvezza delle anime e, come lui, per renderci schiavi gli uni degli altri mediante la carità (cfr. Gal 5, 13). 

 

Note


1 VALTIERRA, SJ, Ángel; HORNEDO, SJ, Rafael María de. San Pedro Claver. Esclavo de los esclavos. 2ª ed. Madrid: BAC, 1997, p.34. I dati biografici contenuti nel presente articolo sono stati tratti dalla stessa opera.

 

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