Come trarre profitto dai propri errori? – Guerra degli uomini, riposo di Dio

Ecco la crudele realtà di fronte alla quale ci troviamo in tante occasioni: il nostro apparente fallimento nelle battaglie della vita spirituale. Ma ci sarà un modo per trarne profitto?

Non si spaventi, caro lettore, per il titolo di questo articolo. Non si spaventi perché non intendiamo ricordarle qui i conflitti di varia natura che affliggono il nostro pianeta al giorno d’oggi… Non si spaventi, perché non faremo né l’apologia della guerra, né tantomeno la sua critica. Non si spaventi: ci limiteremo soltanto a ricordarle che ogni uomo è nato guerriero. Sì, guerriero; come già era considerato evidente fin dai tempi dei patriarchi: «Non ha forse un duro lavoro l’uomo sulla terra e i suoi giorni non sono come quelli d’un mercenario?» (Gb 7, 1).

Dal momento in cui l’uomo viene alla luce ed emette il primo vagito, suo incipiente grido di guerra, fino all’ultimo gemito della lotta finale – poiché agonia significa combattimento, nella sua etimologia – egli è posto in un enorme e complesso campo di battaglia. Tuttavia, a differenza delle ostilità a cui siamo abituati, nella battaglia della vita non ci sono frontiere che ci garantiscano sicurezza e protezione, né trattati di pace, né tregue, né retroguardia, né riservisti. Soprattutto, non si raggiungerà mai la vittoria finale e la pace definitiva… su questa terra.

Con il progresso nella vita spirituale, la battaglia non abbandonerà l’uomo, anzi si intensificherà, perché è sulle montagne che cadono i fulmini…
Tempesta sulle Montagne Bianche – Cordigliera dei Monti Appalachi (Stati Uniti)

Infatti, per quanto l’uomo diventi un disertore e abbandoni la battaglia, la battaglia non lo abbandonerà; anche se decidesse di condurre una vita retta – praticando dunque i Comandamenti della Legge di Dio e la virtù – le difficoltà non si placheranno, le passioni grideranno, le paure lo accompagneranno; e se raggiungerà le vette della santità, la lotta si intensificherà, perché è sulle montagne che cadono i fulmini.

Il combattimento della vita spirituale – poiché è di questa guerra che stiamo parlando – termina solo con la morte corporale.

Cosa fare con le pietre sul cammino?

Ma, se è vero che non si può raggiungere una vittoria definitiva prima del Cielo, è più che dimostrato che la sconfitta è sempre alle porte; e spesso le abbatte… Ecco la crudele realtà di fronte alla quale ci troviamo in così tante occasioni: il fallimento.

Sarebbe, però, inutile dilungarci sui nostri fallimenti, visto che non sono una novità per nessuno, e ci basta, per esserne ben certi, la prolissa esperienza che gli anni vanno accumulando. Ciò che, invece, diventa davvero necessario è sapere come evitarli o trarne profitto.

Un esempio classico della spiritualità può indicarci la strada su come mettere in atto una controffensiva di successo. Vediamolo.

Il grande problema per chi sta in piedi è la possibilità di cadere (cfr. 1 Cor 10, 12), soprattutto se si tratta di qualcuno che cammina su un terreno sassoso. Tuttavia, il viandante che inciampa e perde l’equilibrio si vede costretto a fare una serie di passi più rapidi al fine di recuperare la stabilità e non soccombere. Risultato: percorre più strada in meno tempo.

Non sempre riusciamo a recuperare l’equilibrio e a rimanere in piedi. In questi momenti, ci sarà una via d’uscita? La soluzione è semplice e ovvia…

Qualcosa di analogo accade nella nostra vita spirituale. Essa consiste in una lunga camminata che ha come destinazione il Cielo, il cui percorso è, non solo una valle di lacrime, ma anche una strada piena di “sassi”. Eppure, proprio grazie a questi contrattempi, finiamo per accelerare il passo e fare progressi più significativi: così, chi inciampa nella maldicenza, se si affretta per non cadere, passerà a elogiare gli altri; la persona che perde la pazienza, escogiterà strategie di mansuetudine per non ricadere… In un certo senso, queste contrarietà, se non vengono sprecate, ci conferiscono un rafforzamento simile a quello dell’osso fratturato che, dopo la rigenerazione, diventa ancora più solido nel punto della lesione.

Se non bastasse questo rafforzamento dell’anima, le avversità consolidano più profondamente la vita spirituale. L’umiltà è la base di tutte le virtù, e la base dell’umiltà sono le umiliazioni; queste, però, sono migliori quando non le scegliamo, di modo che «è necessario che, per crescere nell’umiltà, veniamo feriti alcune volte in questa battaglia spirituale».1 Consapevoli della nostra nullità, abbiamo tutte le condizioni per rivolgerci a Colui che è Tutto e tutto può.

Consapevoli della nostra nullità, abbiamo tutte le condizioni per rivolgerci a Colui che è Tutto e tutto può
“Cristo e la donna sorpresa in adulterio”, di Nicolas Colombel – Museo di Belle Arti di Rouen (Francia)

Pertanto, oltre a rafforzare il nostro passo e a premunirci contro future cadute, queste “pietre” sono per noi un continuo richiamo a due realtà che l’uomo ama dimenticare: in primo luogo, siamo deboli e da soli non riusciamo a fare nulla… se non cadere: «Senza di Me non potete fare nulla» (Gv 15, 5); in secondo luogo, tutto ci è possibile purché sostenuti dalla grazia: «Tutto posso in Colui che mi dà la forza» (Fil 4, 13).

Rendiamo grazie a Dio, dunque, per le difficoltà e gli ostacoli!

Che i morti si rialzino!

Che gli inciampi nella vita spirituale possano rivelarsi utili sembra ormai chiaro. Ma non sempre riusciamo a recuperare l’equilibrio e a rimanere in piedi. In questi momenti, è possibile trovare una via d’uscita?

La soluzione è tanto semplice quanto ovvia: rialzarsi.

«Se vi succede di cadere in qualche colpa», consiglia San Francesco di Sales, «umiliatevi e ricominciate, esattamente come se non foste caduti. La debolezza non è un grande male, purché abbiate il grande coraggio di rialzarvi».2 E l’insigne Dottore della Chiesa non tralascia coloro che hanno la sventura, non solo di cadere, ma addirittura di morire spiritualmente, offendendo Dio con il peccato mortale: «Alcune cadute in materia grave, purché non ci si voglia adagiare in esse né addormentarsi nel male, non impediscono i progressi che si sono compiuti nella vita spirituale; […] [tutto] si recupera con il primo vero pentimento che si abbia di quel peccato».3

«Purché non ci si voglia adagiare…» Quindi, chi rimane a lungo nella inimicizia con Dio, ha perso l’opportunità di tornare indietro? Esisterà un rimedio per la morte prolungata? Nella medicina spirituale – più efficace di quella dei corpi –, sì: anche per i morti esiste una cura! Infatti, sebbene i peccati mortali siano tanto più perniciosi per l’anima quanto più a lungo essa permane in questo deplorevole stato, non per questo verrà negato il perdono a chi si inginocchia nel confessionale con contrizione.

Peggio del peccato

Pertanto, «se cadiamo, meglio perdere tutto piuttosto che il coraggio, la speranza e la ferma determinazione a lottare».4 Altrimenti, la pugnalata inferta al Sacro Cuore di Gesù sarà ancora più profonda, come Egli stesso ha spiegato alla mistica spagnola Suor Josefa Menéndez: «Non è il peccato che ferisce maggiormente il mio Cuore. Ciò che lo lacera è che le anime non vogliano rifugiarsi in Me dopo averlo commesso».5

In altre parole, c’è qualcosa al mondo di peggiore del peccato, e il suo nome è scoraggiamento.

«Se cadiamo, meglio perdere tutto piuttosto che il coraggio di lottare», perché c’è qualcosa al mondo di peggiore del peccato, e il suo nome è scoraggiamento

Quando ci fa cadere attraverso il peccato, il demonio cerca soprattutto di trascinarci nell’abisso della disperazione. Egli sa bene che «la nostra salvezza ha due nemici mortali: la presunzione nell’innocenza e la disperazione dopo la caduta; ma quest’ultima è di gran lunga la più terribile».6 Millenni di pratica continua gli hanno insegnato che, se ci strappa lo slancio e il coraggio, vince la battaglia. Infatti, «in questa guerra in cui siamo impegnati, dobbiamo soddisfare un’unica condizione per uscirne sempre vincitori: che vogliamo lottare».7

Siamo ciò che mancava nel Paradiso

Abbiamo già analizzato sommariamente quali sono le soluzioni migliori per i numerosi contrattempi della nostra guerra quotidiana: inciampando, correre; cadendo, rialzarsi; in qualsiasi situazione, non scoraggiarsi! Ma non sarebbe più semplice estirpare il problema alla radice? Non sarebbe meglio se non esistesse questa immensa “fabbrica di ostacoli” che sono le tentazioni del demonio, del mondo e della carne? Non potremmo avere la vita che si conduceva in Paradiso prima che comparisse il maledetto Serpente?

«Il Paradiso aveva tutto, eccetto un eroe», diceva il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira. Dopo la cacciata dall’Eden, l’uomo fu promosso allo stato di guerriero
Cacciata di Adamo ed Eva dal Paradiso – Cattedrale di Gloucester (Inghilterra)

Oh, che vita deliziosa quella dell’uomo prima del peccato!… Era servito dalle piante e dalle fiere, passeggiava in giardini sempre profumati, raccoglieva frutti ogni giorno più gustosi, accanto a laghi di cristallo… Nel Paradiso c’era tutto!

Tutto? «Il Paradiso aveva tutto, eccetto un eroe»,8 diceva il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira. Per questo l’espulsione dall’Eden fu, più che un castigo, la promozione dell’uomo allo stato di guerriero, affinché potesse dimostrare a Dio un amore disinteressato, che si rivela solo nel dolore e nella tempesta. In questo senso, insegna Sant’Alfonso Maria de’ Liguori che «l’anima, trovandosi nell’ozio, senza tentazioni e senza combattimenti, corre il pericolo di perdersi».9 In serio pericolo, a dirla tutta, poiché minacciata di attaccarsi a questa terra e di dimenticare la pratica del più importante – e dimenticato – dei comandamenti: «Amerai il Signore tuo Dio […] con tutta l’anima» (Dt 6, 5; Mt 22, 37).

Per fortuna Dio è Dio e non siamo noi al suo posto. Perché, se fossimo il Creatore, avremmo certamente ideato un mondo diverso, in cui non sarebbe esistita la possibilità di sbagliare, la sofferenza sarebbe stata abolita e il peccato non avrebbe trovato dimora: un mondo, di conseguenza, incompleto.

Perché incompleto?

E Dio si riposò

Per rispondere a questa domanda, torniamo al bellissimo racconto della creazione contenuto nel Libro della Genesi. Per sei giorni sorsero le miriadi e miriadi di meraviglie con cui la Divina Onnipotenza Si degnò di adornare l’universo. Al termine di quel periodo, «Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona» (Gn 1, 31). Solo allora si riposò.

Sant’Ambrogio, commentando questo sublime brano, chiarisce il motivo per cui tale riposo avvenne solo il settimo giorno: Dio «creò il cielo e non leggo che si sia riposato; creò la terra e non leggo che si sia riposato; creò il sole, la luna e le stelle e nemmeno allora leggo che si sia riposato; ma leggo che creò l’uomo e che in quel momento si riposò, avendo un essere a cui perdonare i peccati».10 Il Signore riposa perdonando.

L’universo creato non sarebbe completo se l’Altissimo non avesse l’opportunità di rispecchiarvi tutti i suoi attributi, in modo particolare la sua misericordia e il suo perdono, nei quali risplende in modo straordinario il suo potere, poiché «l’onnipotenza di Dio si manifesta soprattutto perdonando e praticando la misericordia».11 Ora, questi attributi divini, davvero ineffabili, non sarebbero evidenti se l’uomo non fosse un essere errante e capace di chiedere perdono. Pertanto, le tentazioni e le loro conseguenze – che noi elimineremmo senza esitazione dal «nostro paradiso» – sono l’ombra indispensabile che esercita la funzione di contrasto estetico nell’opera d’arte della creazione: rendono ancora più brillante l’innocenza dell’anima fedele ed esaltano lo splendore di quella che è stata perdonata.

Abbiamo motivi per scoraggiarci? «Per quanto miserabili possiamo essere, non lo siamo tanto quanto Dio è misericordioso», diceva San Francesco di Sales
Il ritorno del figliol prodigo – Cattedrale di San Giovanni Battista, Charleston, Stati Uniti

Stando così le cose, quali motivi potrebbero indurci a diffidare della misericordia divina e a scoraggiarci?

Gli ostacoli? Ma, se essi ci avvicinano al Cielo a passi più veloci, per quale motivo dovremmo rattristarci?

Il peccato? Ma, se Dio non ha esitato a plasmare l’umanità con la possibilità di peccare, vacillerà forse nel momento del perdono, visto che per concederlo ha vissuto tra noi ed è morto per noi?

Lo stesso scoraggiamento? Se nostra Madre è la Madre stessa di Dio, è possibile perdere il coraggio di tornare alla casa paterna? È possibile dubitare del perdono?

Non saranno le difficoltà, non saranno le cadute, non saranno i peccati a farci diffidare e a farci perdere d’animo, «perché per quanto miserabili possiamo essere, non lo siamo tanto quanto Dio è misericordioso con coloro che hanno la volontà di amarLo e in Lui hanno riposto tutta la loro speranza».12 

 

Note


1 SAN FRANCESCO DI SALES, apud TISSOT, Joseph. A arte de aproveitar as próprias faltas. 3ª ed. São Paulo: Quadrante, 2003, p.45.

2 Ibid., p.40.

3 Ibid., p.46.

4 Ibid., p.40.

5 MENÉNDEZ, RSCJ, Josefa. Apelo ao amor. Belo Horizonte: Divina Misericórdia, 2018, p.322.

6 SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, apud TISSOT, op. cit., p.36.

7 SAN FRANCESCO DI SALES, op. cit., p.45.

8 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 21/9/1985.

9 SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. A prática do amor a Jesus Cristo. São Paulo: Cultor de Livros, 2021, p.185.

10 SANT’AMBROGIO DI MILANO. Los seis días de la creación. Hexamerón. Madrid: Ciudad Nueva, 2011, p.338.

11 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q. 25, a.3, ad 3.

12 SAN FRANCESCO DI SALES, op. cit., p.47.

 

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