Educare ed educarsi alla libertà

Il compito di un buon educatore consiste nello sviluppare nei suoi alunni la capacità di ragionare e nel renderli consapevoli che, pur essendo liberi, ognuno è responsabile degli atteggiamenti che assume.

In una certa continuità con la mia precedente riflessione sull’esigenza di giustizia e sulle sue intrinseche esigenze,1 vorrei ora intrattenermi su un altro tema sensibile, da sempre attuale: la libertà.

L’occasione

Di primo acchito, probabilmente ai più sfuggirà l’intima connessione tra queste due colonne sulle quali poggia e prende slancio quella costruzione mai finita, fin quando durerà il nostro pellegrinaggio terreno, che è la vita, in cui non siamo che ospiti e che, non dimentichiamo, è l’unica che è data ad ognuno da vivere. Invece, a ben vedere, giustizia e libertà sono valori (beni, ideali?) intimamente connessi. Da un certo punto di vista, fanno parte di quei concetti paragonabili a dei pozzi di fronte ai quali ci si può arrestare a guardare la superficie dell’acqua con gli eventuali riflessi, oppure si può decidere di calarsi per andare a vedere cosa c’è in profondità.

Qui, di proposito, voglio fermarmi alla superficie – che non significa superficialità – nella consapevolezza che, proprio prendendo atto di alcune verità primarie, ci si rende conto che rimane molto da approfondire per maturare riguardo alla giustizia, la libertà e in particolare al modo in cui ciascuno le coniuga nella propria esistenza. Quindi, quasi un ‘solleticare’ la curiosità, per spingere ad immergersi nelle profondità di queste realtà così significative per ciascuno e per tutti.

Tento di farlo avvalendomi della serie televisiva intitolata Un professore, adattamento al contesto italiano del romanzo pubblicato nel 2018 da H. Lozano Cuando fuimos los peripatéticos. La novela de Merlí. In dodici episodi – ognuno con il titolo di un filosofo – sono narrate le vicissitudini di un professore sui generis di filosofia (Dante Balestra: Gassmann) che insegna nella 3 B di un Liceo Scientifico a Roma e appassiona, con il suo modo di fare lezione, i suoi studenti dei quali condivide generosamente le vicende proprie della loro età, seguendo i più problematici e non accettando che nessuno si senta abbandonato ai suoi problemi che, a quell’età, facilmente vengono vissuti come drammi insolubili o con ‘soluzioni finali’.

In un crescente, reciproco legame, basato però sul rispetto e la stima degli allievi nei confronti del docente, che al di là del modo per nulla convenzionale di relazionarsi con loro, anche se discutibile, ha però sempre esercitato il suo ruolo di educatore, intervenendo anche correggendoli (con buona pace di chi crede ancora nel ‘vietato vietare’…), senza mai condannarli o farli sentire tali, ma portandoli a valutare il loro comportamento, convinto che nella scuola non possano esistere «discriminazioni, prepotenze e ignoranza» e non ci possa essere spazio per un’idea di libertà che di fatto non è altro che la legge del più forte, di chi riesce ad imporsi, a dominare con uno dei tanti mezzi che tutti conosciamo.

Jean-Jacques Rousseau: la libertà e le regole

Dopo una ‘bravata’ dei suoi studenti (nell’episodio è usato in realtà un francesismo dal professore, ovviamente immediatamente condiviso dai presenti) che di nascosto hanno organizzato una festa di notte nella scuola, durante la quale uno di loro ha rischiato di morire per eccesso di alcol e droga, il professore decide di tenere la lezione al Colosseo. Entrando nell’Anfiteatro Flavio alcuni studenti domandano il perché li abbia portati per la lezione proprio in quel luogo così famoso. La risposta del docente è spiazzante per chi si è lasciato convincere che il cristianesimo sia sinonimo di ‘repressione’: «Perché è stato il luogo di tortura degli innocenti e qui i cristiani hanno pagato con la vita il prezzo della loro libertà!2 Infatti, vi ho portato qui per parlare di giustizia e ingiustizia, ma soprattutto dell’abuso della libertà e le sue conseguenze, alla luce di quello che è successo alla festa. Lo farò servendomi del pensiero di un filosofo che amo molto che è Rousseau. Egli dice che tutti gli esseri umani, singolarmente, sono liberi, ma devono rispettare le regole. Ora io mi chiedo: è possibile essere liberi con delle regole da osservare? Questa domanda la pongo a voi alla luce della ‘bravata della festa a scuola’. Secondo voi quello che avete fatto può considerarsi vera libertà?».

A questo punto gli studenti rispondono che lo pensavano prima dei fatti, ma ora assolutamente no, visto il ‘casino’ combinato e le conseguenze che dovranno sopportare tutti. Quindi il professore fa notare loro che, in base alla loro reazione, convengono che quanto hanno fatto non può considerarsi vera libertà, e incalza domandando il perché. La risposta di una studentessa a testa bassa, fatta propria dalla classe, in modo particolare da Giulio, il ragazzo che ha rischiato di morire, è significativa: «Perché non ha portato niente di buono!».

Allora il professore fa prendere loro coscienza che per questo, di fronte a Rousseau, apparirebbero come delle persone non in grado di vivere pienamente con gli altri, in quanto incapaci di capire le conseguenze delle proprie azioni e soprattutto di prendersene le responsabilità. Scioccati e sanamente umiliati da una correzione che altro non era che un far prender loro coscienza dei loro sbagli, gli studenti chiedono al docente un aiuto su come riparare ai danni fatti. Al che egli risponde: «Ragazzi la libertà non significa fare ‘stupidaggini, su stupidaggini’, fregandosene di quello che succede, non pensando alle conseguenze di quello che facciamo su di noi e sugli altri. La vera libertà è l’autodeterminazione, cioè la possibilità di correggerci da soli. Io non posso indicarvi una soluzione, perché la dovete cercare dentro voi stessi, usare il cervello e guardare in profondità dentro voi stessi. Ed è soltanto lì che troverete la vostra vera libertà».

Quindi un invito, alla fine dei conti e anche se non detto esplicitamente, ad agire in forza di una coscienza formata, con tutto quello che questo significa,3 cosa diversa dall’agire per reazioni istintive, in base alle emozioni del momento o per sentimentalismo.

Una lezione per tutti

Credo che tutti possiamo imparare qualcosa partendo dalle semplici battute di questo atipico professore. Cosa possiamo cogliere anche solo rimanendo a ‘pelo d’acqua’, del racconto riguardo alla giustizia e alla libertà? Nonostante siano frequenti, specialmente in questi nostri tempi, i casi in cui si confondono i giudizi e si stravolgono i valori, mi sembra che alcune verità di mero buon senso sia possibile enuclearle. Provo semplicemente a indicarle senza nessuna pretesa, con il solo proposito, come ho sopra accennato, di stuzzicare la legittima ‘curiosità’, che in questo caso san Tommaso d’Aquino 4 chiamerebbe più propriamente studiositas.

La prima verità è la necessità di avere buoni e sani educatori a tutti i livelli, in primis i genitori, che non confondano compiti e ruoli e siano in grado di essere vere guide e non meri spettatori (comunemente camuffati da ‘amici’), con la pseudo giustificazione che ognuno deve essere il ‘primo formatore di se stesso’. Verità sacrosanta, ma una volta che la persona è stata educata a questo! Come ci ricorda già l’etimologia: educere, ‘trarre fuori, allevare’, comp. di e – educĕre ‘trarre, condurre’, quindi aiutare a tirar fuori il meglio che c’è già in nuce dentro ognuno, ma che non esce fuori per forza d’inerzia o per magia, ma con un diuturno impegno che molto deve a chi ci è accanto per formarci e maturare, specialmente negli anni dell’infanzia e poi dell’adolescenza e della giovinezza.

L’impegno di chi è chiamato ad educare è allora essenzialmente quello di promuovere, se possibile ‘imponendosi’ con l’esempio, che non vuol dire essere o far finta di essere perfetti, ma essere semplicemente onesti, non avendo paura di mostrare i propri limiti, le proprie contraddizioni, facendo capire che la bontà di quanto loro indicato o insegnato, prescinde addirittura dalla coerenza di colui che le indica o l’insegna. Per capirci, per esempio, che il rispettare la proprietà altrui è un valore che non è messo in discussione dal fatto che chi me lo insegna è un ladro, rimane una verità e un valore per sé prescindendo da chi viene!5 Ogni formatore ha come compito – che lo definisce e dà senso al suo esserci – il favorire la capacità di ragionare di coloro che è chiamato a formare, rendendoli consapevoli che alla fine ogni scelta non può non essere pensata, essere frutto di reazioni istintive, in quanto ha sempre delle conseguenze su se stessi e su gli altri, e questo non lascia spazio al «non pensiero» rinfacciato più volte dal professore Balestra ai suoi studenti. Questa è la vera autorità che non ha bisogno d’imporsi in alcun modo in quanto si autoimpone, perché è percepita per quello che deve essere, si coglie la ragione del suo stesso esistere: far crescere le persone (auctoritas, da augeo, accrescere).

La seconda verità che ci si offre riguardo alla libertà, in sé e del suo necessario intrecciarsi con la giustizia, riguarda tutti e per tutta la vita. Ognuno è chiamato a non dimenticare che educarsi ad essere liberi è compito quotidiano in quanto bene e male esistono e siamo chiamati sempre a scegliere tra l’uno e l’altro (cfr. Dt 30, 15; Am 5, 14-15) che il pericolo di scambiarli è una realtà (cfr. Is 5, 20) e per questo dobbiamo avere chiaro in che cosa consistono (Lc 6, 9: «Poi Gesù disse loro: ‘Domando a voi: È lecito in giorno di sabato fare del bene o fare del male, salvare una vita o perderla?’») e nonostante questo con san Paolo sperimentando costantemente che: «… quando voglio fare il bene, il male è accanto a me» (Rm 7, 21) e ci si ritrova a farlo al di là di tutte le buone intenzioni. Di fatto, essere liberi non significa fare sempre ciò che si ‘sente’, mascherando un tale atteggiamento addirittura di coerenza.

Per scandagliare le profondità del mare, bisogna attenersi alle regole dell’immersione; allo stesso modo, nella vita sociale non c’è libertà senza regole
Banco di anthias – Mar Rosso (Egitto)

La vera libertà non consiste nel mero libero arbitrio, cioè nella possibilità di operare delle scelte, ma soprattutto nello scegliere il vero bene alla luce del quale diventa comprensibile e anche doveroso rinunciare a quanto non lo realizza. Quindi la vera libertà è fatta della libertà di scegliere, di una libertà per il bene e di una libertà da tutto quanto non lo permette. Scoprendo che nella realtà si può essere liberi veramente, come il professore ricordava ai suoi studenti insegnando Rousseau (massimo dell’incoerenza in quanto abbandonò i suoi figli, alla faccia di tutte le regole!), solo a patto di osservare le regole che sono quasi sempre un’esigenza di una piena realizzazione e non un’imposizione estrinseca. 6

Qualche esempio tratto dal quotidiano forse aiuterà a comprendere meglio che non si dà libertà senza le regole. Prendiamo il caso di uno che intende guidare una macchina o di chi vuol fare il sommozzatore. Il primo sa benissimo che deve mettere la benzina nella macchina se vuole che questa si metta in moto; il secondo che ama scrutare le profondità del mare, sa che deve fare la decompressione risalendo, se vuole rivedere quei fondali. Entrambi, sicuramente, non percepiranno il mettere la benzina e l’osservare i tempi della decompressione come una limitazione della propria libertà. Essi rimarranno liberi di prendere la macchina oppure di andare in bicicletta, d’immergersi con le bombole sott’acqua oppure di rimanere sulla spiaggia a prendere il sole, ma credo e spero che nessuno si sentirà coartato a seguire le ‘regole’ implicate dall’andare in macchina o sott’acqua: fermarsi a fare benzina o la decompressione.

Al di là di questi ovvi esempi, s’intravvede però che la vera libertà si realizza rispettando necessariamente le esigenze della natura umana e le esigenze degli altri, riconoscendo a tutto e a tutti ciò che spetta loro, realizzando così quella giustizia sulla quale solamente può darsi la pacifica convivenza (cfr. Is 32, 17). Un dare, quindi, a ‘ciascuno il suo’, che definisce la giustizia, come misura che deve essere realizzata necessariamente prima di poter pensare, parlare, tendere e realizzare la carità, che in quanto tale non è altro che quella oltremisura che presuppone, in quanto tale, la realizzazione piena della misura – secondo il filosofo del diritto italiano S. Cotta.

“Spazio – Tempo”

Quindi è vero che l’uomo nasce libero – per chi crede, che è stato creato libero da Dio, un dono inimmaginabile perché ha comportato la possibilità del rifiuto del suo amore – e possiamo fare quasi tutto, ma rimane che non tutto quello che facciamo è il bene per me e per gli altri e mi realizza nella mia dignità di persona (cfr. 1 Cor 10, 23). Per questo essere educati ed educarsi per tutta la vita a vivere da persone libere non è un optional, ma è necessario se non si vuole sprecare questo dono, autoconvincendosi erroneamente che solo facendo quello che si vuole si è felici, salvo scoprire, generalmente quando è troppo tardi, che ci siamo fatti o abbiamo fatto del male o che siamo diventati in realtà schiavi, come nel caso di chi si droga o è dipendente da qualcosa o da qualcuno (cfr. 2 Pt 2, 19). Avventura appassionante che siamo chiamati a vivere sentendo lo spazio e il tempo – come canta F. Gabbani nella canzone scelta come colonna sonora della serie Un Professore – che ci sono donati, come un’opportunità da non perdere, nonostante le difficoltà e i fallimenti, perché: «Nella confusione. Miliardi di persone. Solo un’occasione quaggiù. Tra l’azzurro e il buco nell’ozono. Tra John Lennon, Paul e Yoko Ono. Il passato non dimentica. Il futuro fa ginnastica. Si prepara tutti i giorni per te».

Un futuro che però inizia in quell’avventura che ricomincia spesso in salita ogni giorno per tutta la vita, e che nonostante tutto e tutti è fantastica e affascinante, come cantava nel 2003 A. Venditti: «A volte penso che sia finita. Ma è proprio allora che comincia la salita. Che fantastica storia è la vita. Che fantastica storia è la vita!».

Sicuramente l’educare e l’educarsi alla giusta libertà cambia la qualità della vita di oggi e prepara un futuro migliore, un futuro che però non appare per magia, ma dovrà essere preparato con il contributo di tutti, iniziando dal proprio di ognuno ora, non domani.

 

Note


1 Cfr. ESPOSITO, OP. Bruno. «Ci sarà pure un giudice a Berlino!» In: www.padrebruno.com.

2 Al riguardo non è possibile non ricordare quanto scritto nella seconda metà del II sec. nella Lettera a Diogneto: «I cristiani né per regione, né per voce, né per costumi sono da distinguere dagli altri uomini. Infatti, non abitano città proprie, né usano un gergo che si differenzia, né conducono un genere di vita speciale. La loro dottrina non è nella scoperta del pensiero di uomini multiformi, né essi aderiscono ad una corrente filosofica umana, come fanno gli altri. Vivendo in città greche e barbare, come a ciascuno è capitato, e adeguandosi ai costumi del luogo nel vestito, nel cibo e nel resto, testimoniano un metodo di vita sociale mirabile e indubbiamente paradossale. Vivono nella loro patria, ma come forestieri; partecipano a tutto come cittadini e da tutto sono distaccati come stranieri. Ogni patria straniera è patria loro, e ogni patria è straniera. Si sposano come tutti e generano figli, ma non gettano i neonati. Mettono in comune la mensa, ma non il letto. Sono nella carne, ma non vivono secondo la carne. Dimorano nella terra, ma hanno la loro cittadinanza nel cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, e con la loro vita superano le leggi. Amano tutti, e da tutti vengono perseguitati. Non sono conosciuti, e vengono condannati. Sono uccisi, e riprendono a vivere. Sono poveri, e fanno ricchi molti; mancano di tutto, e di tutto abbondano. Sono disprezzati, e nei disprezzi hanno gloria. Sono oltraggiati e proclamati giusti. Sono ingiuriati e benedicono; sono maltrattati ed onorano. Facendo del bene vengono puniti come malfattori; condannati gioiscono come se ricevessero la vita. Dai giudei sono combattuti come stranieri, e dai greci perseguitati, e coloro che li odiano non saprebbero dire il motivo dell’odio» (LETTERA A DIOGNETO, c.V).

3 Rinvio sull’argomento ai seguenti numeri del Catechismo della Chiesa Cattolica: 33; 1706; 1749; 1776; 1778; 1783-1784; 1860; 1962.

4 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.106, a.2.

5 «Ogni verità, detta da chiunque sia, viene dallo Spirito Santo» (SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I-II, q. 109, a. 1, ad 1).

6 Interessante cosa dicevano i romani riguardo le regole giuridiche: «È regola quella che brevemente espone la cosa qual è, non già perché dalla regola si tragga il diritto, ma, invece perché dal diritto qual è sorga la regola (Paulus, l. 16, ad Plaut.); «Non è dalla regola che discende il diritto, ma è dal diritto che la regola trae la sua origine» (Digesto). Ma già i greci evidenziavano che: «Non è giusto ciò che il nomos stabilisce, ma ciò che questo nomos indica come il Giusto» (Massimo Cacciari). San Tommaso, parlando di ciò che contraddistingue l’agire umano, afferma: «Come infatti vediamo nelle cose artificiali che ogni lavoro si dice buono e retto se viene compiuto secondo le dovute regole, così anche si riconosce come retta e virtuosa l’azione dell’uomo quando essa è conforme alle regole della divina carità» (Opuscoli Teologici, II, 1137).

 

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