Il mio posto è… esattamente il mio posto!

Cosa accadrebbe in un testo se alcuni caratteri decidessero di staccarsi dai loro posti per vivere “la propria vita”?

Rinato attraverso le acque battesimali come figlio di Dio e tempio vivo della Trinità, ogni credente è una luce in mezzo alle tenebre del mondo e un membro della Chiesa Militante che combatte per l’instaurazione del Regno di Cristo sulla terra. Tutti noi possediamo, quindi, una vocazione unica, insostituibile e magnifica nell’immensa cornice della creazione!

Questa vocazione dobbiamo portarla a compimento con amore, orgoglio e piena dedizione, per la maggior gloria di Dio. Tuttavia, può accadere che qualcuno, invece di ringraziare il Creatore per la missione che ha misericordiosamente ricevuto, inizi a reclamare: «Non mi sento chiamato a nulla… Povero me! Sono stato messo da parte da Dio…». Questo pensiero non nasce perché la persona non ha un ruolo importante da svolgere, ma perché desidera seguire altre strade che, anche se si oppongono alla volontà di Dio, sembrano al suo orgoglio più attraenti…

Con l’intento di mettere in guardia i suoi figli spirituali da questo pericoloso stato d’animo, in una conferenza tenuta negli anni Ottanta il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira convertì un’idea esposta in un libro del letterato francese Edmond Rostand in un’interessante metafora, che cercheremo di riprodurre in questo articolo.

Le lettere e le anime

Ha mai analizzato, caro lettore, un capolettera? L’apertura di un capitolo costituisce indubbiamente una parte importante di un libro ed è per questo che spesso viene enfatizzata con un carattere distintivo, che conferisce al testo l’impostazione e l’enfasi che merita. Nella sua eleganza e nella squisita fattura che la caratterizza, il capolettera assomiglia a certe anime chiamate dal Creatore a dare inizio a periodi storici, a cambiare il corso degli eventi mondiali o a essere una sorta di trattino di congiunzione tra un’epoca passata e una futura.

Abramo, patriarca del popolo eletto e padre dei giusti dell’Antica e della Nuova Alleanza, Mosè, che parlava faccia a faccia con il Signore come un amico (cfr. Es 33, 11), e Davide, il re-profeta dalla cui discendenza nacque il Messia atteso, sono esempi di anime “capolettera” che contribuirono con particolare rilevanza alla realizzazione del disegno divino. Anche gli Apostoli, i Padri della Chiesa, i Papi e molti fondatori diventarono “lettere scultoree” nelle pagine della Storia della Chiesa e dell’umanità.

Ebbene, è normale trovare accanto all’affascinante capolettera alcune lettere minuscole, semplici e discrete. La sproporzione di questo accostamento – a volte addirittura scioccante – non potrebbe essere più simbolica: quante volte il sacrificio di anime piccole e sbiadite, ma generosamente sofferenti, diventa decisivo per sostenere grandi vocazioni?

Esse passano inosservate agli occhi umani, come se fossero nascoste all’ombra delle enormi “lettere” che ammirano; brillano, tuttavia, con incomparabile fulgore davanti a Dio che le conosce singolarmente e le custodisce come un raro tesoro. Esse così realizzano i disegni divini, secondo i quali le anime più chiamate stimolano e segnano quelle minori, e sono ognuna, a suo modo, il complemento necessario per il compimento della missione dell’altra.

Un’altra caratteristica significativa delle lettere è che alcune possiedono di per sé un significato o fanno da sole il collegamento tra due frasi; la maggior parte di esse, però, ha un vero significato solo quando si uniscono e formano delle parole. Questo dettaglio può illustrare due realtà: quella delle anime poste da Dio in situazioni nelle quali devono trascinare un gruppo con il loro buon esempio; e quella di coloro che hanno bisogno di unirsi ad altri per raggiungere un determinato obiettivo.

Il “poco” è sempre molto

Chiuso il capitolo delle lettere, entrano in gioco altri caratteri, anch’essi molto importanti: i segni di interpunzione e gli accenti grafici.

Per la nostra generazione, così abituata alle pigre abbreviazioni, alle espressioni gergali, alle emoticon e a tante altre aberrazioni che sono diventate moneta corrente nella comunicazione odierna, questi elementi possono sembrare banali. Ad esempio, molte persone disprezzano l’uso della virgola. La guardano con indifferenza e, al massimo, fanno un bel respiro quando si accorgono della sua presenza; interessarsene, invece, è fuori discussione. Anche il punto fermo viene spesso ignorato…

In effetti, il punto fermo non riempie una pagina di libro, né si apre un capitolo con la virgola. Tuttavia, se usati in modo scorretto, questi segni possono alterare il senso di un testo o addirittura renderlo ambiguo. Quante cause legali sono andate perse per un punto o una virgola usati impropriamente in un contratto! In una parola, essi sono in grado di rendere inutile anche il più sontuoso capolettera, mentre, se sono al loro debito posto, contribuiscono alla buona presentazione dell’intero capitolo.

Questi piccoli segni sono simboli dei ruoli apparentemente modesti che, molte volte, ogni uomo è chiamato a svolgere. Si tratta di occasioni in cui deve essere fedele nel “poco”, altrimenti finirà per essere infedele nelle grandi occasioni della sua vita (cfr. Lc 16, 10).

Né mediocri, né orgogliosi…

Applicando la metafora alla vita concreta dei suoi seguaci, il Dott. Plinio concludeva: «A volte siamo portati, nel corso della vita, a interpretare il ruolo di un capolettera, e dobbiamo saperlo fare; altre volte siamo portati a essere la lettera maiuscola di una frase, e dobbiamo farlo; altre volte ancora siamo chiamati ad assumere il ruolo di una semplice lettera minuscola, o addirittura di un punto fermo o di una virgola!… Ora, è di tutti questi elementi che si compone un testo. […] Dobbiamo allora saper rappresentare i punti fermi, le virgole, gli accenti grafici, le lettere minuscole, maiuscole e i capolettera; e dobbiamo rappresentarli nello splendore tipico di ciascuno di essi!».1

Infatti, caro lettore, riesce a immaginare cosa accadrebbe in un testo in cui alcuni caratteri fossero colti da disordinati desideri di indipendenza e decidessero di staccarsi dalle parole a cui appartengono per vivere “la propria vita”? Ci sarebbero mutilazioni sorprendenti e lacune che nessuno potrebbe comprendere!…

Che non ci accada che, sentendoci chiamati a battaglie ardite, rifiutiamo per mediocrità il ruolo di “lettera maiuscola” e finiamo per essere una macchia d’inchiostro sulle pagine della Storia… O addirittura, percependoci con la “stoffa di un punto fermo” per una determinata circostanza, desideriamo – senza altro merito che il nostro orgoglio – mettere in ombra anche il più bel capolettera. Saremo personaggi degni di apparire nel grande Libro della Vita solo se sapremo interpretare bene uno qualsiasi dei ruoli che la Provvidenza ci presenta, nel momento e nel luogo che Essa stabilisce. Altrimenti, non saremo serviti a nulla!

Facciamo la volontà di Dio!

D’ora in poi forse non guarderà più un testo nello stesso modo… Tuttavia, se dopo aver terminato la lettura di questo articolo lei si chiederà semplicemente «Quale lettera sono io?», mi dispiace dirle che ha sbagliato completamente la domanda.

La domanda corretta che desideriamo che ogni anima si ponga – non solo ora, ma in ogni momento – è questa: «Quale lettera Dio vuole io sia oggi, nel suo libro?».

Allora saremo tutti al nostro posto, completando e dando luminosità all’opera del Creatore! ◊

 

Note


1 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 23 gennaio 1985.

 

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