La virtù dei grandi

Grandezza e umiltà hanno realizzato in Gesù Cristo un’alleanza mirabile. Egli è, come in ogni cosa, il modello insuperabile di entrambe le virtù.

5 luglio – XIV Domenica del Tempo Ordinario (Zc 9, 9-10; Sal 144; Rm 8, 9.11-13; Mt 11, 25-30)

La prima lettura di questa domenica suona familiare a ogni orecchio cattolico, poiché viene proclamata nella commemorazione dell’ingresso del Salvatore a Gerusalemme nella Domenica delle Palme: «Ecco, a te viene il tuo re. Egli è giusto e vittorioso, umile cavalca un asino» (Zc 9, 9). Pochi, tuttavia, conoscono il seguito della profezia di Zaccaria, che canta la grandezza del Re-Messia: «Il suo dominio sarà da mare a mare, e dal fiume ai confini della terra» (9, 10).

Come conciliare l’umiltà di un asinello con la grandezza del potere divino? Ecco il cuore della Liturgia di oggi.

Il neopaganesimo egualitario predica sistematicamente una duplice menzogna: offende la grandezza, bollandola come oppressiva nei confronti dei piccoli, e al tempo stesso sminuisce l’umiltà riducendola a una caricatura pusillanime, sciocca e miserabilista.

Intrisi di questi pregiudizi rivoluzionari, non sono mancati coloro che hanno denigrato l’Antico Testamento definendolo “duro” e “aspro”, contrapponendolo alle “dolcezze” del Nuovo, come se quest’ultimo fosse spogliato di ogni grandezza. Come se il Dio del Sinai fosse diverso da quello del Calvario…

La realtà, invece, si rivela ben diversa. Grandezza e umiltà hanno realizzato, nell’Uomo-Dio, un’alleanza mirabile. Gesù Cristo è – come in tutto! – il modello insuperabile di entrambe le virtù. Il Leone di Giuda è l’Agnello di Dio.

Lo vediamo appena nato nella mangiatoia, nel silenzio della notte interrotto soltanto dal canto di miriadi di Angeli della corte celeste e dal muggito degli animali; crocifisso tra ladroni, mentre versa le ultime gocce del suo Sangue redentore e il sole si oscura e la terra trema; in quella stessa Domenica delle Palme, in sella a un asinello tra le acclamazioni della folla, come Re dei re che riduce al silenzio l’obiezione dei farisei: «Vi dico che, se questi taceranno, grideranno le pietre» (Lc 19, 40).

L’appello di Gesù risuona, forte e soave, agli “stanchi” di tutti i secoli: «Venite a me […], e io vi ristorerò. […] Imparate da me, che sono mite e umile di cuore» (Mt 11, 28-29).

L’umile riconosce con rassegnazione la verità su se stesso: attribuisce le proprie qualità alla liberalità divina e i propri difetti alla sua natura peccatrice. Non si abbatte nel constatare le proprie miserie. Sincero e senza pretese, si rallegra delle superiorità altrui.

Mite a imitazione di Cristo, il vero «piccolo» (Mt 11, 25b) arde di entusiasmo per il Creatore. Non chiede nulla per sé, ma tutto per Dio, come esorta oggi il salmista. Sarà il protettore di coloro che vivono secondo lo spirito, ma disprezzerà quanti vivono «secondo la carne» (Rm 8, 13), rimanendo fiero, senza piegarsi per paura o servilismo, davanti ai “sapienti e agli intelligenti” (Mt 11, 25a) della terra.

Ben presto diventa magnanimo chi porta il giogo soave dell’umiltà! Sì, le virtù sono sempre sorelle: la grandezza genuina proviene solo dall’umiltà, ed è umile solamente chi cerca la magnanimità, chi cerca di «intraprendere opere grandi, splendide e degne di onore in ogni genere di virtù».1

Preghiamo la Santissima Vergine affinché ci insegni a cantare con Lei il Magnificat, glorificando al tempo stesso il potere di Dio che disperde i superbi ed esalta gli umili! 

 

Note


1 ROYO MARÍN, OP, Antonio. Teología de la perfección cristiana. 6ª ed. Madrid: BAC, 1988, p.590.

 

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