10 maggio – VI Domenica di Pasqua
Alcuni autori definiscono il testo scelto dalla Liturgia di oggi come “quintessenza del Vangelo”, tanta è la profondità e la ricchezza del suo significato. Poco prima, il Salvatore aveva istituito gli Apostoli come sacerdoti, consegnando loro il proprio Corpo e il proprio Sangue come segno di alleanza. Subito dopo, Si manifesta con particolare bontà, poiché era giunta l’ora di partire verso il Padre. Avrebbe dunque lasciato orfani i suoi figli?
Più che dottrine, il Divin Maestro rivela un amore incondizionato per i discepoli. Infatti, quando si ama molto qualcuno, se ne cerca sempre la presenza; la cosa più straziante in un’amicizia è l’allontanamento delle persone, motivo per cui gli addii sono solitamente molto intensi…
Pur essendo di natura divina, Gesù era anche uomo perfetto,1 che agiva umanamente in tutto, eccetto nel peccato (cfr. Eb 4, 15). Per questo, nel discorso di commiato Egli esprime i migliori auspici nei confronti dei discepoli. Inoltre, conoscendo la debolezza e la fragilità di ciascuno, non solo Si congeda con parole commoventi, ma promette loro qualcosa che solo Dio poteva concepire: «Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi» (Gv 14, 18).
Gesù non avrebbe mai lasciato orfani i suoi figli, ma allo stesso tempo era necessario partire. Come «risolve» questo dilemma? Attraverso il Consolatore, lo Spirito Santo, che rimarrà non solo presso i discepoli, ma anche dentro di loro (cfr. Gv 14, 17). E proprio in questo sta l’essenza della vita mistica: la presenza di Dio nel nostro intimo.
La prova della realizzazione di questa promessa si trova nella prima lettura (cfr. At 8, 5-8.14-17). I samaritani, che poco prima avevano accolto la Parola di Dio, ricevettero allora il Paraclito mediante l’imposizione delle mani di Pietro e Giovanni. Fu una vera nuova Pentecoste!
Ora, sono trascorsi duemila anni e oggi tale promessa rimane in noi attraverso lo Spirito di adozione dei figli di Dio (cfr. Rm 8, 15). Per trarne beneficio, occorre prima di tutto un’azione interiore: «santificare nei nostri cuori il Signore Gesù Cristo» (cfr. 1 Pt 3, 15). Questa santificazione diventa effettiva attraverso la carità, «vincolo di perfezione» (Col 3, 14), che consiste, prima di tutto, nell’adempiere a ciò che Cristo prescrive: «Se mi amate, osserverete i miei comandamenti» (Gv 14, 15); «Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama» (Gv 14, 21). Soltanto osservando le sue parole lo Spirito della Verità potrà abitare in ciascuno di noi. Così non vivremo da orfani: saremo veramente figli. E lo siamo!
Con insondabile e infinita bontà, Dio ha voluto spingersi ancora oltre in questa promessa della sua presenza come Padre: ci ha lasciato in eredità il sostegno instancabile di una Madre. Confidiamo nella protezione di Colei che ci aiuterà sempre, pregando che custodisca il nostro inestimabile tesoro della filiazione divina e che, se avessimo la disgrazia di perderlo a causa del peccato, ci ottenga la riconciliazione attraverso il Sacramento della Confessione. E così potremo esclamare con il salmista: «Venite, ascoltate, voi tutti che temete Dio, e narrerò quanto per me ha fatto!» (Sal 66, 16). Egli è mio Padre, Maria è mia Madre; non sarò mai abbandonato! ◊
Note
1 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q. 2, a. 5, ad 2.

