San Pietro d’Alcántara – 18 ottobre – Santità eroica o eroismo nella santità…

Uomo in carne e ossa, ma capace di volare, di compiere miracoli e di martoriare il proprio corpo con implacabili penitenze… quale dei suoi esempi potremmo imitare?

Ogni Santo è un eroe, ma non un «supereroe»!… È necessario affermarlo all’inizio di questo articolo in cui ci proponiamo di ripercorrere la vita di San Pietro d’Alcántara, poiché gli uomini del nostro secolo sono inconsciamente abituati a concepire le grandi opere nel modo in cui vengono presentate nei film di Hollywood: un personaggio fuori dal comune, per il quale tutto va per il meglio e che conclude la propria epopea con un enorme sorriso seguito dal famoso happy end.

La cosa più curiosa è che, non di rado, a questo supereroe capita di trovarsi di fronte a situazioni drammatiche, nelle quali si rivela in lui una forza inedita, superiore a quella degli altri esseri umani, che gli permette di compiere imprese estremamente dolorose… senza alcuna sofferenza.

Si tratta di una visione errata e pericolosa, sì; ma purtroppo molto diffusa, persino negli ambienti cattolici…

Se si tiene conto di questi presupposti, sarà più facile comprendere che quando, nell’anno 1499, fu annunciata la nascita di un bambino nel villaggio di Alcántara, in Spagna, non si trattava di un supereroe, ma di un figlio di Adamo, debole e peccatore come tanti altri che venivano al mondo in quel luogo. Tuttavia, quel neonato, sostenuto dalla grazia e coronato da innumerevoli sofferenze, sarebbe diventato un grande Santo.

Il bambino, il giovane e lo studente

Il nome di questo neonato era Giovanni. E, se è vero che sarebbe vissuto nello stesso secolo del celebre Giovanni d’Austria, vincitore della battaglia di Lepanto, non è meno vero che, a suo modo, eguagliò quest’ultimo in eroismo.

Giovanni de Garavito y Vilela de Sanabria era figlio di nobili cattolici, i quali seppero istruirlo nella Fede fin dall’infanzia. Tale formazione fu di un valore inestimabile, poiché il piccolo nobile non crebbe solo in età, ma anche in grazia e in sane convinzioni. Suo padre, tuttavia, morì quando era ancora molto giovane.

Ormai cresciuto, Giovanni si iscrisse all’Università di Salamanca. Lì, lontano dai divertimenti tipici della gioventù di quel tempo, la distrazione dello studente consisteva nello stare alla presenza del Santissimo Sacramento. In quei colloqui silenziosi un’incertezza lo tormentava: quale carriera intraprendere? Si sentiva chiamato al sacerdozio; ma sarebbe stato religioso o secolare? La vita conventuale lo attirava molto; tuttavia, come per qualsiasi essere umano, le glorie del mondo lo seducevano.

Sebbene avesse consultato molti santi uomini sulla questione, nessuno di loro era riuscito a placare il suo spirito. Nel frattempo, ritornò ad Alcántara per le vacanze estive.

Dio, alla fine, risponde ai suoi interrogativi

Un giorno, nuovamente ai piedi del tabernacolo, Giovanni pregava. Forse chiedeva al Signore quale fosse la direzione che Egli avrebbe voluto per la sua vita. Guardandosi intorno, scorse due religiosi scalzi, che indossavano un saio marrone ed erano cinti da una corda con tre nodi. Chiunque li avrebbe scambiati per semplici francescani. Per Giovanni, però, essi erano la risposta di Dio.

Spinto da quel soffio della grazia, il giovane studente si avvicinò ai frati e, aprendo il proprio cuore, palesò il peso che lo opprimeva.

«Deus qui ponit pondus, supponit manum»,1 recita il detto latino. Tra coloro che ascoltavano la confidenza c’era Padre Francisco Fregenal, superiore di una comunità francescana. Era, quindi, proprio colui che poteva tendere la mano e accoglierlo nel luogo che la Provvidenza gli destinava. Come sperato, il sacerdote si rese subito conto che si trattava di una vocazione autentica ed eccellente, e decise, senza indugio, di accoglierlo nel convento di Majarretes.

Uscito di lì, Giovanni de Sanabria si affrettò a sistemare i suoi affari nel mondo e, desiderando risparmiare alla sua famiglia un tale sconvolgimento, partì senza preavviso. Tutto procedeva per il meglio, fino a quando la sua strada si interruppe bruscamente: il fiume Tiétar si trovava in quel momento nel mezzo di una tempesta. Attraversarlo sarebbe stato impossibile per chiunque… Per chiunque, ma non per Dio!

Giovanni allora implorò l’aiuto dell’Onnipotente ed ecco che, per la prima di molte volte, si mise a volare!… Dopo aver superato il fiume e aver raggiunto l’altra sponda, tutta la sua vita era ormai alle spalle; tornare indietro non era più un’opzione per lui.

Entrando nel convento, Giovanni de Sanabria “morì” per lasciare il posto a Fra’ Pietro d’Alcántara: uomo nuovo, nome nuovo, abiti nuovi, nuova dimora e nuova missione. Quest’ultima non avrebbe tardato a manifestarsi, perché, considerando le difficoltà che l’Ordine Francescano stava attraversando, comprese a cosa Dio lo chiamava.

Tra osservanti e conventuali

Negli anni successivi alla morte di San Francesco d’Assisi, l’Ordine dei Frati Minori aveva attraversato innumerevoli contraddizioni. Una certa ala di religiosi propendeva per un ammorbidimento della regola, specialmente in materia di povertà. Molte furono le concessioni in tal senso, come quelle contenute nella bolla Ad statum ordinis, di Papa Martino V.

Con il passare del tempo, la regola fu destituita del suo rigore originario in molti punti. Un adattamento era necessario, sostenevano alcuni, per integrarsi meglio nel mondo di allora.

Non mancarono, tuttavia, anime che lottarono per la stretta osservanza: «È allora che, seguendo la linea dettata da Bernardino da Siena, Giovanni da Capestrano, Alberto da Sarteano e Giacomo della Marca – ‘le quattro colonne dell’osservanza’, come venivano chiamati – prende forma un movimento che, senza litigi né scandali, va unendo, per libera adesione, tutti i conventi desiderosi di vivere integralmente la povertà francescana».2 Questi frati, sostenitori della regola primitiva, divennero noti come osservanti; i seguaci della regola mitigata, furono chiamati conventuali.

Nella regione dell’Estremadura, quando Fra’ Pietro d’Alcántara entrò nell’Ordine, era già stata costituita la Custodia del Santo Vangelo, formata da tre conventi sopravvissuti al tentativo di riforma promosso anni prima da Padre Juan de Guadalupe. Lì regnava uno spirito di maggiore austerità di vita e il desiderio di osservare fedelmente le regole del fondatore.

Qualche tempo dopo, l’insieme dei conventi che costituiva la Custodia del Santo Vangelo fu elevato al rango di provincia, con il nome di San Gabriele, acquisendo così una maggiore libertà di governo all’interno dell’Ordine stesso. Fra’ Pietro ricoprì diversi incarichi in quella provincia, finché, nel 1538, fu eletto ministro provinciale. Approvò allora costituzioni di osservanza più rigorosa e, per garantirne il pieno rispetto, visitò personalmente ciascuna delle case.

Terminato il suo mandato, il santo frate si recò in terra portoghese. Lì trasformò l’aspra regione di Arrábida in un terreno fertile per Dio. Non a caso il Generale dell’Ordine, Frate João Calvo, rimase commosso nel vedere tanto eroismo in quei frati che vivevano in condizioni estreme. Quell’esempio non era solo commovente: era soprattutto attraente. Lo era a tal punto che uno degli accompagnatori del Generale, non resistendo, chiese il permesso di restare lì e, come lui, molti altri rimasero affascinati da quella forma radicale di dono di sé a Dio.

Una maggiore austerità di vita e il desiderio di osservare fedelmente le regole del fondatore erano gli ideali di San Pietro d’Alcántara
Dall’alto verso il basso: ingresso della cella di San Pietro d’Alcántara, refettorio e cucina di uno dei conventi da lui fondati, Pedroso de Acim (Spagna)

Il riformatore

Dopo questi primi esperimenti, Fra’ Pietro decise di portare a termine la missione alla quale si sentiva interiormente chiamato. Non si accontentava della «mezza radicalità» vigente nella Provincia di San Gabriele; desiderava riformare tutto secondo la fonte originaria, cioè secondo l’ideale del fondatore.

Questo desiderio bastò perché le ondate della persecuzione lo colpissero, e persino perché i suoi superiori e le persone a lui più vicine lo considerassero pazzo e screditassero la sua iniziativa…

Lo scoraggiamento, tuttavia, non faceva parte del suo vocabolario. Seguendo le orme del Poverello, Pietro d’Alcántara si recò a Roma per presentare al Successore di Pietro le sue intenzioni relative all’Ordine Serafico. Lo fece con le mani posate sui Vangeli e, davanti a quel nuovo Francesco d’Assisi, Paolo IV appoggiò l’iniziativa. Per rendere possibile la sua riforma, il Papa lo liberò dall’obbedienza ai superiori dell’Osservanza locale – che si opponevano al suo rigore – e lo integrò nella giurisdizione dei Conventuali, il cui Ministro Generale offriva il sostegno e la libertà necessari per l’attuazione della stretta regola primitiva.

Si sarebbe rivelato molto ingenuo chi avesse creduto che ciò avrebbe appianato tutti i dissidi. In effetti, una volta tornato in Spagna e ripreso il suo apostolato, già sotto la tutela dei Conventuali, non passò molto tempo prima che il Commissario Generale dell’Ordine in Spagna gli intimasse di rinunciare ai suoi progetti, accusandolo di essere «ipocrita, visionario, temerario, esaltato»3 e di turbare la pace nella provincia.

Superando queste difficoltà, quel frate zelante realizzò un’opera davvero colossale. Furono fondati nuovi eremi, tutti animati dalla radicalità che lo contraddistingueva, e fu istituita la Custodia di San Giuseppe.

L’ideale del Santo di Alcántara trionfava, ma gli attacchi si intensificavano.

Decise quindi di tornare a Roma, per ricorrere nuovamente all’aiuto del Sommo Pontefice. Sostenuto da Paolo IV, che ne aveva riconosciuto le eminenti virtù, il riformatore fu promosso a Commissario Generale dei Minori Riformati di Spagna e, l’8 maggio 1559, il breve Cum a nobis gli conferì il potere di fondare in qualsiasi parte del mondo conventi, custodie e province, oltre a concedergli la facoltà di scegliere tre giudici, che avrebbero risolto le controversie sorte a seguito delle riforme.

Nel 1561 i conventi erano già nove, un numero sufficiente per giustificare l’erezione della Provincia di San Giuseppe e, con essa, la stesura delle costituzioni. Infine, nel 1563 Papa Pio IV, con la bolla In suprema militanti Ecclesiæ, incluse gli «alcantarini», come venivano chiamati, nel ramo dei Frati Osservanti, di cui avrebbero costituito la parte più vigorosa nei secoli successivi.

Eminente santità

Si potrebbe aggiungere ancora molto riguardo alle fatiche di questo appassionato riformatore; tuttavia, c’è qualcosa di più importante da sottolineare: il suo profilo morale.

Considerando che tutti i successi nella vita di apostolato sono dovuti a una vita interiore ben condotta,4 la Storia dimostra quanto Fra’ Pietro si sia distinto in questo ambito. La sua forza d’attrazione, gli innumerevoli conventi che fondò con successo, i miracoli di conversione che compiva nel confessionale, tutto si basava, senza dubbio, su un’intensa vita di preghiera, digiuni e penitenze.

Ma come esprimere a parole questa santità? Forse la descrizione più fedele è quella di una Santa che ebbe la fortuna di conoscerlo da vicino: Santa Teresa di Gesù, di cui Fra’ Pietro fu confessore.

Secondo quanto riferisce la riformatrice del Carmelo, per quarant’anni San Pietro d’Alcántara dormì solo un’ora e mezza per notte. Come se un simile sacrificio non gli bastasse, lo faceva sempre da seduto, in una minuscola cella – di poco più di un metro e venti di lunghezza! –, il che gli precludeva qualsiasi comodità. La sua alimentazione non poteva essere più austera. Era del tutto normale che rimanesse tre giorni senza mangiare; a volte arrivava anche a otto giorni senza soddisfare fratello corpo!

Narra Santa Teresa: «La sua mortificazione in gioventù fu tale che, secondo quanto mi raccontò, gli era capitato di trascorrere tre anni in una casa del suo Ordine senza conoscere alcun frate se non dalla voce, perché non alzava mai gli occhi. Non sapeva recarsi nei luoghi dove il dovere lo chiamava, se non camminando dietro agli altri religiosi. Lo stesso gli accadeva lungo le strade. Per molti anni non guardò mai nessuna donna».5

Attraverso a una vita interiore segnata da grande umiltà, preghiera, digiuni e penitenze, San Pietro d’Alcántara attirò la benevolenza di Dio e ottenne successo nelle opere di apostolato
“San Pietro d’Alcántara confessa Santa Teresa”, di José García Hidalgo – Museo del Prado, Madrid

Una vita di tanta penitenza e umiltà non poteva non attirare la benevolenza di Dio. Come riferisce la santa carmelitana, «la sua fine fu simile alla sua vita, poiché morì predicando e ammonendo i suoi religiosi. Quando vide che era giunta la sua ultima ora, recitò il Salmo: Lætatus sum in his quæ dicta sunt mihi;6 e, inginocchiatosi, esalò l’ultimo respiro».7

In innumerevoli visioni, la Santa lo vide nella gloria celeste.

Molto lontano da noi?

Curiosamente, terminata la narrazione della vita di San Pietro d’Alcántara, il lettore potrebbe sentirsi scoraggiato di fronte a una santità così straordinaria. In effetti, lo scoraggiamento può trovare facile rifugio nell’anima quando essa si trova di fronte a un ideale a prima vista irraggiungibile. Questo, tuttavia, non è l’atteggiamento corretto.

Sarebbe sbagliato anche pensare che una così grande austerità fosse frutto di una «supernatura». Al contrario: è certo che la santità gli sia costata molto.

Vi è ancora una conclusione fuorviante da combattere: quella di pensare che, per essere santi, dobbiamo tutti dormire, mangiare, vestirci ecc. esattamente come fece – o non fece – il santo francescano…

Allora, come comportarsi?

La risposta è semplice da formulare, ma difficile da mettere in pratica: dobbiamo compiere, per quanto ci riguarda, la volontà di Dio. Le anime sono diverse, e per ciascuna la Provvidenza ha le sue vie. Il Santo di Alcántara lo metteva in chiaro ai suoi confidenti, quando proibiva loro di intraprendere sacrifici troppo austeri – sebbene non si avvicinassero nemmeno a quelli che egli stesso praticava. Ciò che il Signore chiedeva a lui non era lo stesso che esigeva da un suo confratello.

Tuttavia, in questa diversità di vie che conducono alla santità, alcuni elementi saranno sempre presenti: la sofferenza, la preghiera, la fiducia e la lotta. In forme diverse e con misure disuguali, essi si manifestano nella vita di ogni cattolico e, se ben impiegati, conducono alla patria celeste.

I mondani giudicheranno che si tratta di un’esistenza troppo triste. Ma la storia di San Pietro d’Alcántara ci offre una conclusione opposta. Oltre alla rigorosa austerità che egli stesso si impose, la Provvidenza gli concesse doni insigni, che superano qualsiasi fruizione umana: innumerevoli estasi, consolazioni ineffabili, la coscienza tranquilla per la missione compiuta – tutto ciò si presentò nella sua vita come magnifiche oasi.

Inoltre, la sua stessa presenza divenne fonte di sostegno per gli altri, tra i quali segnaliamo Santa Teresa, poiché, in un’anima così unita a Lui, Dio può operare in modo eccelso.

E vi è ancora qualcos’altro, come insegna il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira: «Avere la forza d’animo per sopportare le delusioni, le calunnie, le frustrazioni, insomma, tutto ciò che l’uomo può soffrire nella vita, è un vero eroismo. È una sciocchezza immaginare che sia eroe solo chi combatte con le armi in pugno. […] Dobbiamo capire che, nella vita di tutti i giorni, abbiamo occasioni per praticare veramente l’eroismo».8

Questa è proprio la lezione che la vita di San Pietro d’Alcántara ci offre: quando l’uomo rinuncia a se stesso e si mette interamente al servizio di Dio, diventa un autentico eroe!

Patrono del Brasile

È grazie alla testimonianza di tante virtù che questo frate spagnolo fu canonizzato il 28 aprile 1669 e, a motivo della grande devozione che nutriva per lui, l’Imperatore del Brasile Pietro I volle affidare i propri domini a un così glorioso intercessore. Pertanto, dal 1826 il Paese ha in San Pietro d’Alcántara il proprio patrono.

Possa egli agire, dunque, in questa nazione a lui affidata e, con impeto ancora maggiore di quello dimostrato in vita, lottare affinché la Terra di Santa Cruz risponda alla propria chiamata e sia abitata da eroi degni del nome di cristiani. ◊

 

Note


1 Dal latino: «Dio, che impone il peso, vi pone sotto la mano».

2 PIAT, OFM, Estefânio José. São Pedro de Alcântara. Patrono do Brasil. Petrópolis: Vozes, 1962, p.72. I dati biografici contenuti nel presente articolo sono stati tratti dalla stessa opera.

3 Ibid., p. 78.

4 Dottrina presentata da Jean-Baptiste Chautard (1858-1935), abate trappista di Sept-Fons, nel celebre libro L’anima di ogni apostolato, redatto durante un viaggio in Brasile e diventato il libro da comodino di Papa San Pio X.

5 SANTA TERESA DI GESÙ. Livro da Vida, cap.XXVII. In: Obras Completas. 3ª ed. Petrópolis: Vozes, 1961, vol. I, p.215.

6 «Quale gioia quando mi dissero [andremo alla casa del Signore]», prime parole del Salmo 122.

7 SANTA TERESA DI GESÙ, op. cit.

8 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. São Pio V, herói em meio às angústias! In: Dr. Plinio. São Paulo. Anno XIV. N. 164 (nov., 2011), p.24.

 

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