20 luglio – Sant’Elia, profeta – L’Igneo

Come un sole per Israele, illuminò i suoi sentieri, riscaldò i cuori e distrusse il culto idolatrico nella Valle del Kison. Tuttavia, qualcosa lo distingue dal re degli astri: il suo splendore non ha mai conosciuto tramonto…

Se Dio chiamò Abramo amico, Isacco mio servo e Giacobbe mio santo, avrebbe potuto benissimo chiamare Elia mio profeta. Tanto più che nella Trasfigurazione Nostro Signore non evocò né l’amico né il santo, ma colui che ai due predicati aggiunse la profezia: «Come ti rendesti famoso, Elia, con i prodigi! E chi può vantarsi di esserti uguale?» (Sir 48, 4).

Innocente come alcuni, santo come pochi, igneo come nessuno, fu un sole per il popolo d’Israele: ne illuminò i sentieri, riscaldò i cuori nello zelo per la Legge, prosciugò il culto idolatrico e lo ridusse in cenere nella Valle del Kison. Tuttavia, qualcosa lo distingue dal re degli astri: il suo splendore non ha mai conosciuto tramonto.

Martire, giudice e taumaturgo

Quando Dio vuole parlare nel corso della Storia, Si rivolge ai suoi amici più intimi, i profeti, araldi inconfondibili della sua volontà. E poiché la volontà degli uomini non sempre coincide con quella divina – per usare un eufemismo –, essi devono combattere contro ogni forma di rispetto umano e di mediocrità, affrontando l’odio di una città o di un popolo in un determinato momento storico, e convertendosi in una torcia di fedeltà e di martirio, della quale essi stessi costituiscono lo stoppino ardente.

È, infatti, con un grido di fedeltà che Elia irrompe nella Storia. Nella Storia decadente del popolo eletto…

Israele attraversava gravi difficoltà. Di instabilità in instabilità, il regno era giunto nelle mani di un uomo insicuro e infedele, che la Scrittura accusa di essere persino peggiore di tutti i suoi predecessori (cfr. 1 Re 16, 30): Acab. Come se non bastasse il fatto di aver sposato una donna pagana – delitto proibito da Dio stesso (cfr. Dt 7, 1-4) a motivo del pericolo di idolatria – introdusse anche il culto di Baal nel tempio che aveva fatto costruire: «In realtà nessuno si è mai venduto a fare il male agli occhi del Signore come Acab, istigato dalla propria moglie Gezabele» (1 Re 21, 25). Un tremendo castigo si stava abbattendo sulla Terra Promessa a causa dei peccati dei suoi abitanti.

L’unico rimedio alla situazione era amaro, ma Elia non temette di somministrarlo, e in qualità di uomo di Dio ordinò alle nuvole di non portare più la pioggia: «Per comando del Signore chiuse il cielo, fece scendere così tre volte il fuoco» (Sir 48, 3). Era la più appropriata delle correzioni, come osserva Sant’Ambrogio, che in essa vede un «giusto castigo per reprimere in modo adeguato la mancanza di temperanza, in modo che il cielo si chiudesse per gli empi che avevano macchiato le cose della terra».1

Fu in quel frangente che Elia, per ordine divino, giunse a Sarepta di Sidone. Dopo aver sottoposto la vedova che lo ospitava a una tremenda prova di fiducia – che raggiunse il culmine quando ella vide morire suo figlio – opera la prima resurrezione narrata nelle Scritture. Non risulta che il profeta abbia esitato a compiere questo miracolo, tanto più che la sua preghiera, preceduta da un filiale reclamo, assomiglia più a un ordine dato a Dio che a una semplice supplica: «Signore mio Dio, forse farai del male a questa vedova che mi ospita, tanto da farle morire il figlio? […] Signore Dio mio, l’anima del fanciullo torni nel suo corpo» (1 Re 17, 20-21). Il Signore ascoltò la preghiera di Elia, e il giovane tornò in vita.

Incomparabile fustigatore

La siccità decretata dal profeta si protrasse per tre lunghi anni (cfr. 1 Re 18, 1), e solo allora l’Altissimo ordinò che si presentasse ad Acab, forse nella speranza che l’empio monarca si ravvedesse… Invece, lungi da ciò, il re lo accusò di essere la causa dei problemi che affliggevano il paese: «Sei tu la rovina d’Israele!» (1 Re 18, 17). Elia, la cui diplomazia assomigliava più a un fulmine fragoroso che a una stoccata di scherma, lo rimproverò convocando i profeti di Gezabele per un sacrificio sulla cima del Carmelo, affinché apparisse chiaramente chi fosse il vero Dio.

In un attimo Acab radunò tutti i profeti di Baal nel luogo stabilito. Anche Elia si presentò. Il risultato fu piuttosto suggestivo: ottocentocinquanta sacerdoti pagani contro un unico servitore di Jahvè. Perché indire una prova pubblica per stabilire chi fosse il vero Dio? Non avrebbe evocato un certo orgoglio e una certa temerarietà? Non sarebbe stato più prudente, più diplomatico, ritirarsi in una caverna in preghiera, in attesa che la vendetta divina si abbattesse su quegli empi? No. Era necessario che il popolo, che zoppicava da entrambi i piedi (cfr. 1 Re 18, 21), conoscesse la verità e, grazie ad essa, imboccasse la retta via. Ecco una delle caratteristiche del profeta: distinguere la verità dall’errore.

Rompendo il silenzio che avvolgeva il Monte Carmelo, Elia propose: «La divinità che risponderà concedendo il fuoco è Dio!». Tutto il popolo rispose: «La proposta è buona!» (1 Re 18, 24).

I sacerdoti di Baal presero rapidamente un giovenco e, al mattino, iniziarono la preghiera. Danze, canti, suppliche… nulla fu sufficiente a risvegliare la divinità cananea. A mezzogiorno, Elia cominciò a schernirli: «Gridate con voce più alta, perché egli è un dio! Forse è soprappensiero oppure indaffarato o in viaggio; caso mai fosse addormentato, si sveglierà» (1 Re 18, 27). Feriti nell’amor proprio e già un po’ insicuri quanto alla veridicità della loro religione, si lacerarono con spade e lance, ricoprendosi di sangue per commuovere Baal. Invano. Non accadde nulla…

Non sarebbe stato più prudente ritirarsi in attesa che la vendetta divina si abbattesse su quegli empi? No. Era necessario che il popolo, che zoppicava da entrambi i piedi, conoscesse la verità e, grazie ad essa, imboccasse la retta via. Ecco una delle caratteristiche del profeta: distinguere la verità dall’errore
“Elia e i sacerdoti di Baal”, di Lucas Cranach – Pinacoteca degli Antichi Maestri, Dresda (Germania)

«Avvicinatevi!» (1 Re 18, 30), esortò infine Elia. Eretto un altare al Signore, scavò un fossato attorno ad esso e lo fece riempire d’acqua per tre volte, così come l’altare e il sacrificio. Il popolo assisteva attonito. Il profeta non aveva bisogno di alzare le braccia, né tantomeno un bastone. Al massimo elevò gli occhi al cielo e pregò: «Signore, Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe, oggi si sappia che tu sei Dio in Israele e che io sono tuo servo e che ho fatto tutte queste cose per tuo comando. Rispondimi, Signore, rispondimi e questo popolo sappia che tu sei il Signore Dio e che converti il loro cuore!» (1 Re 18, 36-37).

Immediatamente il fuoco del Signore scese dal cielo, consumando, oltre alla vittima, le pietre dell’altare e l’acqua che giaceva intorno. Il Signore aveva ascoltato la preghiera del giusto. I baaliti gridarono. Elia pregò. E mentre il popolo adorava il vero Dio, il profeta ordinò: «“Afferrate i profeti di Baal; non ne scappi uno”. Li afferrarono. Elia li fece scendere nel torrente Kison, ove li scannò» (1 Re 18, 40).

Il primo devoto di Maria

Terminata la scena, l’uomo di Dio consigliò ad Acab di mangiare e bere, poiché già udiva «un rumore di pioggia torrenziale» (1 Re 18, 41). Salito sulla cima del Monte Carmelo, si prostrò a terra e per sette volte inviò il suo servo a osservare in direzione del mare. Alla settima volta il servo esclamò: «Ecco, una nuvoletta, come una mano d’uomo, sale dal mare» (1 Re 18, 44). Elia fece sapere al re che doveva affrettarsi affinché la pioggia non lo sorprendesse lungo il cammino. Acab, che aveva appena visto il fuoco scendere dal cielo alla parola del profeta, partì senza esitare.

Dopo un atto eroico di fedeltà alla vera religione, Dio concede alla Storia la promessa di una Madre per l’umanità orfana
Sant’Elia – Chiesa di Nostra Signora del Carmelo, Caudete (Spagna)

Gli autori sono concordi nel mettere in relazione la piccola nuvola che annuncia una pioggia torrenziale con la nascita della Santissima Vergine, la quale avrebbe portato sulla terra un diluvio di grazie e lo stesso Uomo-Dio. Quella nube era frutto di un castigo; questa sarebbe stata il segno di un immenso perdono. Non può non essere simbolico che la prefigurazione di Maria appaia all’orizzonte subito dopo la sconfitta dell’idolatria. È quando la falsa religione soccombe che Nostra Signora risplende. O, forse, l’impero di Satana si dissolve al solo suono dei Suoi passi.

Dopo un atto eroico di fedeltà alla vera religione, Dio concede alla Storia il premio più grande fino a quel momento: la promessa di una Madre per l’umanità orfana.

Depositario della fedeltà

Una volta tornato a casa, Acab non nascose nessuno di questi fatti a Gezabele, a cui obbediva con vera e propria sottomissione. Lei ribollì di rabbia e inviò al profeta il seguente messaggio: «Gli dei mi facciano questo e anche di peggio, se domani a quest’ora non avrò reso te come uno di quelli» (1 Re 19, 2). Elia ebbe paura e fuggì.

Coloro che Dio ama con predilezione, li mette alla prova in modo speciale nel loro fondamento assiologico: la promessa dell’adempimento della propria vocazione, la certezza della vittoria. Così, Egli permette, e persino favorisce, apparenti smentite e fallimenti nella vita dei suoi eletti. Per Elia non fu diverso. Lui, che aveva affrontato l’odio di una nazione intera, che aveva vendicato l’onore del Signore sul Carmelo, che avrebbe ancora fatto scendere il fuoco dal cielo sui soldati di Acazia (cfr. 2 Re 1, 10-12), che rappresentava la fedeltà incrollabile… fuggì davanti a una sola donna.

Affaticato dal viaggio e dalla prova, Elia cadde svenuto accanto a un ginepro: «Ora basta, Signore! Prendi la mia vita, perché io non sono migliore dei miei padri» (1 Re 19, 4). Ecco la grande perplessità del profeta. Chiamato ad essere l’uomo di tutte le fedeltà, sente tuttavia le miserie del fallimento. E, in questo stato, si addormentò.

Nel sonno profondo, un Angelo del Signore gli diede per due volte un pane cotto che gli diede le forze per camminare quaranta giorni e quaranta notti verso il Monte Oreb. I commentatori vedono in questo misterioso cibo una prefigurazione dell’Eucaristia. Elia diventava così il profeta dei due più grandi tesori di Dio: Maria Santissima e il suo Divin Figlio. Infatti, non sarebbe stato vero profeta della Madre se non lo fosse stato anche del Figlio.

La cima delle montagne rappresenta spesso, nelle Sacre Scritture, il luogo della manifestazione divina. Fu in cima al monte che Mosè ricevette la Legge (cfr. Es 19, 20); fu su quelle stesse vette che il Verbo Incarnato Si trasfigurò (cfr. Mt 17, 2).

Penisola del Sinai (Egitto)

Giunto Elia sulla cima dell’Oreb, il Signore gli ordinò di attenderLo. Uragani squarciarono le rocce, terribili scosse di terremoto si fecero sentire e persino il fuoco fece la sua comparsa… ma l’Onnipotente non era in nessuna di esse. Alla fine, si udì il mormorio di una brezza leggera. Era il Dio d’Israele che passava: «Che fai qui, Elia?». Di fronte a tale domanda, il profeta rispose con un grido che lo avrebbe immortalato nella Storia e la cui eco si è prolungata sulle labbra dell’umanità, sia per gli elogi più sinceri, sia per le antipatie più ingiuste: «Sono pieno di zelo per il Signore, Dio degli eserciti, poiché gli Israeliti hanno abbandonato la tua alleanza, hanno demolito i tuoi altari, hanno ucciso di spada i tuoi profeti. Sono rimasto solo ed essi tentano di togliermi la vita» (1 Re 19, 14).

Più che un uomo, uno spirito

Elia aveva portato la fedeltà al Signore a un’altezza tale che non era più possibile trattenerlo tra i suoi. Non che il profeta temesse il popolo; era il popolo a non essere degno di lui.

Ripreso il cammino nel deserto, Dio non lo indirizzò verso Israele, ma verso Damasco. Lungo il percorso unse Eliseo come profeta al suo posto: depose su di lui il suo mantello e il nuovo discepolo, rinunciando a tutto, lo seguì. È quando il Sole sorge che diffonde i suoi bagliori più radiosi. Certamente, l’incontro dei due profeti fu uno di quei momenti che illuminarono l’alba di un’intera era storica e che sarebbe servito da paradigma di relazione tra fondatore e discepolo, tra padre e figlio fino alla fine dei tempi. La missione terrena di Elia era prossima al termine.

Coloro che Dio ama con predilezione, li mette alla prova in modo speciale nel loro fondamento assiologico: la promessa dell’adempimento della propria vocazione
“Il profeta Elia nel deserto confortato da un Angelo”, di Felipe Gil de Mena – Museo Nazionale di Scultura, Valladolid (Spagna)

Giunto il momento della partenza, Eliseo, rivolgendosi a colui che già cominciava a chiamare padre, implorò ciò che era necessario per il compimento della propria vocazione: «Due terzi del tuo spirito diventino miei» (2 Re 2, 9). E, mentre camminavano conversando, «un carro di fuoco e cavalli di fuoco» (2 Re 2, 11) li separarono, portando il profeta in cielo in un vortice di fuoco.

Se all’alba si manifestano i fulgori più radiosi del Sole, è al tramonto che le nuvole si tingono di fuoco. Fu sotto un firmamento così infuocato che Eliseo contemplò la partenza di suo padre e la discesa su di sé della doppia porzione dello spirito del maestro.

La storia di Elia, lungi dal concludersi, si era appena immortalata in Eliseo. Si inaugurava ciò che si può chiamare il filone eliatico, nobile stirpe dei profeti devoti a Maria Santissima, le cui imprese intrepide e le cui virtù eroiche sono imperiture, poiché partecipano della luce soprannaturale di colui che, un tempo, fu il sole d’Israele. 

 

Note


1 SANT’AMBROGIO DA MILANO. Elías y el ayuno, cap. II, n. 2. Madrid: Ciudad Nueva, 2016, p.48.

 

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