Castità: il nostro paradiso interiore

Dio piantò nell’intimo dell’uomo un altro “Eden”, dove gli avrebbe offerto un’autentica comunione soprannaturale e gli avrebbe insegnato ad amare e ad essere amato.

San Michele Arcangelo schiaccia il diavolo –
Casa degli Araldi del Vangelo di Juiz de Fora, Brasile

Quanto doveva essere sublime la vita dell’uomo nel Paradiso Terrestre! Possiamo immaginare quanto fosse nobile la natura: le piante, i fiumi, gli animali… Che spettacolo presentavano gli uccelli quando elevavano il loro canto al cielo! Che sapore perfetto avevano i frutti degli alberi che là si trovavano! Quanto era intensa la convivenza con gli Angeli!

Tuttavia, i doni più grandi che Dio concesse ai nostri progenitori sono stati, senza dubbio, i colloqui che aveva con loro quotidianamente alla brezza del giorno (cfr. Gn 3,8)! Il Signore creò l’uomo e la donna perché vivessero con Lui, e desiderava, in questa intima unione, inondarli col suo amore. In considerazione di un tale obiettivo soprannaturale, li pose nel Paradiso. Così, tutte quelle meraviglie avrebbero dovuto essere per Adamo ed Eva la “scala dell’amore” attraverso la quale si sarebbero elevati alla visione beatifica, e il Giardino dell’Eden, la “scuola della carità” dove avrebbero appreso, prima di tutto, ad amare e ad essere amati.

Nel frattempo… peccarono! E l’Altissimo, nella Sua infinita giustizia misericordiosa, li espulse dal Paradiso e li privò di gran parte dei suoi doni, del suo dominio, del suo ordine naturale… Ma non li privò affatto del suo amore! Agì come un padre che, dopo aver fatto un severo rimprovero al figlio, si reca di sera al letto del piccolo per accarezzarlo mentre dorme, rendendo manifesto l’affetto che la giustizia gli impedisce di trasmettergli subito, per non pregiudicare la sua formazione.

Tuttavia, se il Creatore cacciò l’uomo dal giardino che aveva piantato nell’Eden (cfr. Gn 3,23), introdusse nell’uomo stesso un altro “Eden”, dove gli avrebbe offerto un’autentica comunione soprannaturale e gli avrebbe insegnato ad amare e ad essere amato. Questo paradiso interiore si chiama castità!

La scuola del vero amore è la lotta

In che modo, con la castità, Dio insegna all’uomo ad amare? La spiegazione è semplice, ma deve essere compresa in profondità.

È possibile che alcuni si pongano il seguente problema: “Perché Dio permette che i giusti siano tormentati dai vili attacchi dell’impurità? Perché lascia che un fango così fetido scivoli e scorra lungo il cristallo di un’anima pura?”

Per risolvere questa questione, occorre aggiungerne un’altra: “Non è stato ugualmente orribile l’ingresso di un demonio in Paradiso?” E, per quanto incredibile possa sembrare, la risposta è: no! Perché, a partire dal momento in cui la storia della creazione si è definita come una guerra (cfr. Ap 12, 7), il bene non raggiunge tutta la sua bellezza se non quando si pone in lotta contro il male!

Il grande San Michele risplendeva di gloria nella contemplazione delle meraviglie che Dio rivelava agli Angeli prima della prova; eppure, non è diventato ancora più bello nel difendere l’onore dell’Altissimo contro la boria di Lucifero? Per caso la Madonna si mostra sminuita in qualcosa quando viene rappresentata mentre schiaccia la testa del serpente? Santa Giovanna d’Arco avrebbe brillato allo stesso modo se non avesse avuto il merito di aver resistito nella sua fede in mezzo a una masnada di traditori?

Non sarebbe stato più in accordo con l’illibata virtù di un San Luigi Re morire su un letto candido, nella sacralità di un castello medievale, assistito da sacerdoti e religiosi che incamminassero la sua anima a Dio? E perché la Provvidenza ha disposto che morisse sulle sabbie pagane di Tunisi? Non sarebbe parso vile che l’Uomo-Dio – oh supremo esempio – morisse come un bandito, quasi nudo, abbandonato e oltraggiato? Perché, allora, la Redenzione si è operata in questo modo?

Tutti questi fatti avvennero come li conosciamo perché così era la cosa più bella. Infatti, il combatimento del giusto contro il male non lo sminuisce, ma lo nobilita! Questo è il motivo per cui la spada serve di più quando è impugnata da un guerriero che quando è chiusa nella teca di una vetrina, nelle mani di un manichino. E anche per questo la castità si mostra più bella quando combatte corpo a corpo con il demonio, con il mondo e con la carne nell’anima di chi è provato e tentato, piuttosto che rilucendo come un bibelot nelle mani di un bambino.1

Nell’anima dell’uomo combattente essa è come una fornace che gli insegna a dedicare a Dio un amore purificato, intenso, senza finzioni né interessi personali.2 Ecco la castità come “scuola dell’amore”!

In Paradiso, la grande “lezione d’amore” che Dio ha dato all’uomo è stata proprio quella di permettere la tentazione del serpente, prova che l’uomo non ha superato perché non ha amato. Se avesse amato, avrebbe anche combattuto e vinto la turpe sollecitazione del nemico. Non esiste, infatti, amore senza la disposizione a lottare!

Nelle foto sopra: Santa Giovanna d’Arco in combattimento, di Hermann Stilke – Museo dell’Ermitage, San Pietroburgo (Russia); Nostro Signore Crocifisso – Casa degli Araldi del Vangelo a Campo Grande, (Brasile); San Luigi nella battaglia di Taillebourg, di Eugène Delacroix, Galleria delle Battaglie della Reggia di Versailles (Francia)

Sentirsi amato da Dio: la ricompensa delle anime pure

Il santuario interiore della nostra castità ci insegna, inoltre, ad essere amati da Dio e ad essere più degni di questo amore traboccante. Come?

Certi piaceri naturali piacciono così tanto all’uomo che sembrano toccare qualcosa nella sua anima, per cui il piacere corporale e quello spirituale si uniscono in armonia. Questi piaceri sono molto particolari e troppo numerosi per poterli elencare. Per alcuni, potrà essere una certa musica; per altri, il contatto con il mare; per altri ancora, un determinato piatto o, forse, un sereno riposo.

In fondo, il vero appagamento che tali piaceri danno consiste nel fatto che la persona si senta amata. Infatti, l’uomo malvagio può anche godere di tutti questi piaceri, ma non giungerà mai attraverso di essi alla conclusione che è amato da Dio, perché li godrà con egoismo, intemperanza, e di conseguenza, con peso di coscienza. Il giusto, al contrario, anche in una trincea, in balia del freddo e della fame, infangato e con la vita a rischio – se sarà per volontà della Divina Provvidenza – per la sua temperanza e per la sua castità potrà pensare, tranquillo: “Dio mi ha dato la grazia di lottare! Quanto sono amato da Lui!”

Nessun piacere porta l’uomo a sentirsi amato dal Padre Celeste, se non ama e non pratica la castità. L’uomo casto, a sua volta, anche se è immerso nelle prove più difficili, troverà nel suo paradiso interiore il torrente dal quale berrà l’amore di Dio e per questo procederà a testa alta (cfr. Sal 110, 7)!

Adamo ed Eva dopo il peccato – Cattedrale di Strasburgo (Francia)

Se cadiamo, risolleviamoci quanto prima

In questo immenso campo di battaglia in cui ci troviamo, dobbiamo imparare a non dare mai ascolto al serpente. Prima o poi verrà da noi3, mostrando “potere”… Vorrà, come ha fatto con Eva (cfr. Gn 3,1-6), offrirci la “conoscenza” o convincerci ad assaggiare ciò che è proibito… Mandiamo via, dunque, quel maledetto! L’impurità non ci renderà in alcun modo più saggi della castità, e se ci rifiutiamo di sperimentare le sue seduzioni, non ce ne pentiremo mai, così come non ci pentiremo di non aver provato l’amaro del fiele.

Tuttavia, c’è una follia ancora più grande di quella di sporcarsi nel fango dell’impurità: non volersi ripulire dopo essersi sporcati! Esiste infatti nell’uomo un riflesso naturale per il quale, non appena gli viene spruzzato qualcosa sul viso, immediatamente cerca di rimuoverlo; allo stesso modo, ogni volta che qualcuno scivola e cade, la vergogna lo spinge ad alzarsi al più presto, rimanendo a terra il meno possibile. Ma che terribile capovolgimento! Nell’ordine soprannaturale, questi riflessi spesso agiscono in modo opposto: quando la persona pecca, la vergogna stessa la porta a voler rimanere prostrata…

Per un figlio della Vergine Santissima questo non deve essere così! Se il nemico è riuscito ad allentare la nostra volontà e ci ha portato a praticare il male, facciamo subito di questa volontà una colonna di ferro che schiacci il serpente e recuperiamo di nuovo l’amicizia con Dio!

Nelle foto sopra: Henri de La Rochejaquelein, di Pierre-Narcisse Guérin; Padre Walmir Bortoletto, sacerdote araldo da poco scomparso; ritratto anonimo di San Luigi Gonzaga bambino

Amiamo la castità!

Dopo il peccato originale, Dio pose i Cherubini con la spada fiammeggiante a guardia dell’ingresso del Paradiso (cfr. Gn 3,24). E non pensiamo che il “paradiso interiore” di ciascuno di noi, la nostra castità, sia meno custodito! Abbiamo il nostro buon Angelo Custode per difenderlo; ci basta mettere nelle sue mani il gladio di fuoco della nostra radicalità e della nostra pietà.

Soprattutto, non dimentichiamolo: la Madonna ci ama con amore di predilezione e, con questa stessa predilezione, desidera la nostra perseveranza e la nostra fedeltà. In mezzo alle lotte che la vita ci porta e ci porterà ancora, proviamo ad ascoltare la sua dolce voce che mormora nei nostri cuori: “Affronterò coloro che ti affrontano e combatterò coloro che ti combattono! Io stessa sarò il tuo scudo e la tua armatura e ti dirò: ‘Eccomi, sono la tua salvezza’. Allora la tua anima gioirà ed esulterà, avvolta tra le mie braccia, e dirà: ‘Quanto è grande l’amore della mia Purissima Madre, Ella desidera tutto il bene per il suo servo!’” (cfr. Sal 35, 1-3.9-10).

Come veri araldi della castità, lottiamo con coraggio! In questo modo, potremo contemplare il trionfo della purezza e ricevere il premio della nostra fedeltà nello splendore del Regno di Maria!

 

Note

1 Sulla lotta che l’uomo deve intraprendere per conservare la castità, e siccome essa è gradita a Dio, dice San Giovanni Maria Vianney: “La castità di un’anima è più preziosa agli occhi di Dio di quella degli Angeli, poiché i cristiani possono acquisire questa virtù soltanto combattendo, mentre gli Angeli la possiedono per natura; gli Angeli non hanno bisogno di lottare per conservarla, ma il cristiano si vede obbligato a mantenere una guerra costante contro se stesso. […] Quanto più un’anima si distacca da se stessa grazie alla resistenza alle sue passioni, tanto più si avvicina a Dio e, come felice ricompensa, più intimamente Dio si unisce a lei: la contempla e la considera come sua amorevolissima sposa, ne fa oggetto del suo più dolce compiacimento e stabilisce nel suo cuore la sua perpetua dimora” (SAN GIOVANNI BATTISTA MARIA VIANNEY. Vida y virtud. Homilías II. Madrid: RIALP, 2011, pp.192-193).
2 Ben ci ricorda Sant’Alfonso de’ Liguori: “Dio permette le tentazioni per arricchirci di meriti, come l’Angelo disse a Tobia: ‘Poiché tu eri accetto a Dio, fu necessario che la tentazione ti provasse’ (Tb 12, 13). […] Per quanto forti siano le tentazioni del demonio, […] se noi non le vogliamo, non macchiano l’anima, ma la rendono più pura, più forte e più amata da Dio” (SANT’ALFONSO MARIA DE’ LIGUORI. La pratica dell’amore a Gesù Cristo. 7.ed. Aparecida: Santuario, 1996, p.219).
3 A questo proposito, il Santo Curato d’Ars afferma: “Tutto ciò che ci circonda si adopera per rapircela (la castità). Il demonio è uno dei nostri più crudeli nemici; poiché egli vive nella lordura dei vizi impuri, e poiché non vi è altro peccato che oltraggi tanto il buon Dio, e siccome sa bene quanto a Dio sia gradita un’anima pura, egli ci tende ogni genere di trappole, per rubarci questa virtù. (SAN GIOVANNI BATTISTA MARIA VIANNEY, op. cit. p. 202).

 

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