Gabriel García Moreno – La promessa ha vinto il vulcano

Il 6 agosto 1875 osarono assassinare una promessa di Dio. Ma essa trionfò, proclamando che il Dio delle promesse è immortale.

Sono stati scalati i millecinquecento metri di muraglia rocciosa. Resta da conquistare il cuore pulsante del castello: il fondo della caldera. I più prudenti si arrendono. Solo due temerari osano avanzare: Wisse e Gabriel.

All’assalto! Il vulcano Pichincha, ultimo baluardo del mistero nella geografia ecuadoriana, sta per essere conquistato in questo 15 gennaio 1845.

Ma il cratere non si lascia sconfiggere senza opporre resistenza e fa ricorso alla sua titanica natura. All’improvviso, un mostruoso masso si scaglia contro il giovane Gabriel. È il suo ultimo secondo di vita!

* * *

Sarebbe stato il suo ultimo secondo di vita… se su di lui non avesse aleggiato una promessa ben più grandiosa di tutte le rocce incandescenti scagliate da quel vulcano.

Il 16 gennaio 1599, infatti, Maria Santissima aveva profetizzato ai piedi di quello stesso Pichincha: «Nel XIX secolo vivrà un presidente veramente cristiano, uomo di carattere, al quale Dio Nostro Signore concederà la palma del martirio nella piazza in cui sorge questo mio convento. Egli consacrerà la Repubblica al Cuore Divino del mio Santissimo Figlio».1

Gabriel ignorava tali parole della Vergine. Tuttavia, su di lui si scontrarono quel giorno la promessa e il vulcano. E la promessa vinse! Da quel momento in poi, però, sarebbe spettato all’audace giovane realizzare, contro tutti i vulcani, quella promessa di cui non era a conoscenza.

Esplode la giovinezza!

Gabriel García Moreno viveva, effervescente, i suoi ventitré anni a Quito, capitale dell’Ecuador.2 Già insegnava ed esercitava la professione di avvocato; studiava fisica e matematica, faceva esperimenti di chimica e mappava i crateri attivi…

Come si può notare, non gli mancava certo un’intelligenza poliedrica e prodigiosa. Proprio per questo, del resto, aveva lasciato Guayaquil – città in cui era nato la vigilia di Natale del 1821 – per studiare nell’unico istituto di istruzione superiore del Paese, oggi Università Centrale dell’Ecuador.

Fu allora che si trovò da solo ad affrontare l’inevitabile vulcano della giovinezza. Lontano dai genitori, vivendo i suoi anni giovanili con tanto tempo a disposizione e prestigio intellettuale, aveva tutte le carte in regola per essere travolto dalla lava della concupiscenza. Ma non fu quello che accadde. Quando gli inevitabili ardori giovanili sorsero per rubargli il cuore, questo era già stato rapito dalla scienza.

Non c’erano vacanze nel suo calendario da studente. Si svegliava alle tre del mattino per sfogliare a lungo i libri di Diritto – il corso che frequentava –, di Scienze Naturali e di Matematica. Riposava? Sì, imparando le lingue…

Il vulcano degli anni della giovinezza era esploso, ma sui campi della scienza, fertilizzandoli. La promessa si stava realizzando.

Il giovane vulcano

Nel frattempo, un’altra passione, ben più rischiosa, si insinuò nello spirito di García Moreno: la politica. Correva l’anno 1843 e lo studente partecipò a una cospirazione per rovesciare il regime di natura autocratica. Si ipotizza che, pugnale in mano, sia arrivato persino ad attendere di notte, in un angolo buio di Quito, il capo di Stato, Juan José Flores. Non è affatto improbabile, dato il carattere che lo infiammava.

Dentro di lui ardeva un temperamento vulcanico – instancabile, magmatico e produttivo – che rispondeva perfettamente alla promessa di Maria riguardo a un “uomo di carattere”… Il problema era che tale indole provocava effetti collaterali sconcertanti, come sfidare a duello un soldato, o pubblicare da solo un giornale straordinariamente aggressivo, le cui frecciate al vetriolo furono indirizzate a diversi uomini del Governo – e della Chiesa!…

Ricordiamo che questo giovane non godeva di alcun sostegno politico o economico e si trovava quindi in balia della prigione o dell’esilio, se non addirittura del patibolo. Solo, però, fino al 1847, anno in cui sposò Rosa Ascásubi, proveniente da un’influente e ricca famiglia di Quito. Tutto allora si risolse. In poco tempo gli furono affidati importanti incarichi governativi.

Era al riparo dalla povertà. Non dalla politica, né dal suo temperamento, due vulcani instancabili.

Sconfitto…

Queste due fabbriche di esplosioni continuavano a essere attivissime: in poco più di due anni, nel Paese scoppiarono diciassette rivoluzioni, e a Quito videro la luce tre nuovi periodici di García Moreno, uno più implacabile dell’altro: El zurriago, El vengador, El diablo

Chi era più attivo: l’Ecuador inquieto o l’ecuadoriano inquietante? Difficile rispondere…, ma giunse il giorno in cui la politica ebbe la meglio sul politico, quando questi fondò il suo quarto giornale, nel 1853, per contestare il potere, il quale – scriveva Gabriel – usava e abusava del «diritto di oppressione» e del «vergognoso privilegio del peculato e del furto».3

Il Governo lo costrinse allora a varcare i confini. García Moreno era stato sconfitto. Tuttavia, sarebbe stato proprio nella terra del suo esilio, il Perù, che avrebbe avuto inizio la guerra della sua vita: la scalata del vulcano interiore.

…vinse se stesso!

A quel tempo, era cattolico? «Sono cattolico», affermò una volta, «e mi glorio di esserlo, sebbene non possa annoverarmi tra i devoti».4 Un cattolico non praticante, per usare i termini paradossali dei nostri giorni. Ma la Vergine aveva profetizzato che sarebbe stato «veramente cristiano» e avrebbe fatto prevalere la sua parola.

La Vergine aveva profetizzato che sarebbe stato “veramente cristiano” e avrebbe fatto prevalere la sua parola
Gabriel García Moreno

Voluminose letture di Filosofia e Teologia scolastica, unite alla solitudine forzata di Paita, piccola località peruviana in cui si era rinchiuso, andarono svelando a García Moreno gli orizzonti della Fede. Forse spinto da queste luminose ispirazioni, verso la fine di aprile del 1855 partì per l’Europa, diretto a Parigi. Il suo obiettivo era approfondire le sue conoscenze scientifiche. Dio, però, aveva altri piani.

Il sudamericano conduce a Parigi una vita scandalosa! Studia circa dodici ore al giorno, disdegna i raffinati balli parigini e preserva intatta, nonostante la distanza, la fedeltà coniugale. Un vero scandalo o, in altre parole, un cattolico coerente… sebbene non “tra i devoti”.

Ma un giorno tutto cambiò.

Gabriel discuteva sull’efficacia dei Sacramenti, difendendo con impegno queste meraviglie della grazia. All’improvviso, un suo collega smonta la sua apologia:

— Parli molto bene, ma mi sembra che trascuri la pratica. Da quanto tempo non ti confessi?

— Mi hai risposto con un argomento personale che forse oggi ti sembra eccellente, ma che domani non varrà più nulla.

Quello stesso pomeriggio, Gabriel si confessa. Da quel giorno in poi, assisterà alla Messa ogni mattina e reciterà quotidianamente il Rosario. Sarà “veramente cristiano”.

Sconfitto, vinse se stesso.

Il 10 marzo 1861

Nel frattempo, l’Ecuador continuava a essere teatro di sconvolgimenti politici. In una di queste vicende, García Moreno ottenne l’amnistia e tornò in patria nel dicembre del 1856. Il suo prestigio era cresciuto ulteriormente con la sua assenza e fu immediatamente nominato sindaco di Quito. Pochi mesi dopo assunse la guida del triunvirato – un governo provvisorio composto da tre membri – a seguito di una grave crisi.

Ma scoppiò una nuova rivolta durante la quale al nostro protagonista furono sottratti i poteri e fu rinchiuso dietro le sbarre. La sua personalità, tuttavia, era più solida di quelle sbarre:

— A chi hai giurato fedeltà? – chiese alla guardia carceraria.

— Al capo di Stato.

— Il capo di Stato sono io.

La sentinella fece il saluto militare al detenuto, il quale, con passo solenne, scappò dalla prigione dalla porta principale. E l’autorità che si era affermata in quel luogo si sarebbe consolidata su scala nazionale meno di due anni dopo.

10 marzo 1861. A Quito, la Convenzione elegge il Dott. Gabriel García Moreno presidente della Repubblica, con trentasette voti contro uno. Finalmente aveva raggiunto la cima di quell’enorme vulcano chiamato Ecuador.

«Tiranno! Dittatore!»

È il momento della grande opera di questo cattolico apostolico romano. Ma prima di ricordare gli sviluppi da lui promossi, è necessario sfatare certe calunnie che lo diffamano definendolo tiranno e dittatore. Vediamo con quale ragione.

È forse un approfittatore un uomo che si impoverisce ogni volta che ricopre un incarico, che non nomina i propri familiari come ministri, che punisce i colpevoli anche quando sono suoi amici? È un dittatore un uomo eletto e rieletto quasi all’unanimità, che cerca di dimettersi dalla presidenza e non glielo permettono, la cui Costituzione è acclamata da tutto il popolo? Che “dittatura” fuori dal comune…

Tiranno: ecco il titolo che gli attribuiscono per aver approvato la pena capitale in un’epoca in cui essa figurava nelle leggi di tutti i Paesi – la prima nazione ad abolire la pena di morte fu il Venezuela, nel 1863. Un tiranno che, solo dopo aver perdonato varie volte un generale colpevole di reiterati crimini di alto tradimento, ne decreta infine l’esecuzione. Il militare viene arrestato e non vuole fuggire, nonostante la disattenzione delle guardie, pagate da García Moreno per lasciar scappare il traditore della patria… Una volta condotto il criminale al patibolo, il presidente non si presenta all’esecuzione. Cosa stava facendo? Pregava per il condannato, come aveva fatto per tutta la notte – un “tiranno”, ammettiamolo, davvero originale… L’arcivescovo interrompe le preghiere del presidente per implorare clemenza per il colpevole. E riceve la risposta di un uomo dalla coscienza al tempo stesso delicata e forte:

— Se lei mi assicura che incorro in un peccato veniale per questa sentenza di morte, perdono il condannato, anche a costo di compromettere la pace della Repubblica.

Il prelato non aveva nulla da rimproverargli.

Sviluppi di una nazione cattolica

Lasciando da parte le calunnie, passiamo ai fatti.

Gli anni di governo di García Moreno segnano una fase di grandi sviluppi per l’Ecuador. Questa terra, in trentanove anni, aveva generato niente meno che cinquanta rivoluzioni. La stabilità era finalmente arrivata e, con essa, un fatturato annuo moltiplicato per sette, la ferrovia, il telegrafo, settecento chilometri di strade, più di cento scuole, l’istruzione per tutti… e tanti altri progressi che sfidano qualsiasi capacità di sintesi.

Riassumiamo, pertanto, quest’opera così grandiosa nei suoi punti salienti. García Moreno cercò soprattutto di «ristabilire l’impero della morale, senza la quale», spiegava, «l’ordine non è altro che tregua o stanchezza e al di fuori della quale la libertà è inganno e chimera».5 Come ci riuscì? Irrorando la società con lo spirito della Chiesa.

La sua Costituzione, votata da più del 95% della popolazione, è iconica. In essa si legge: «Per essere cittadini è necessario essere cattolici».6 Di fronte a tutto ciò che deriva da questa premessa, quale fu il risultato? Il principale carcere di Quito, con trecento posti, non trovò, in tutto il Paese, se non cinquanta detenuti.

Con l’Ecuador così preparato, era giunto il momento che si adempisse la profezia: «Egli consacrerà la Repubblica al Cuore Divino del mio Santissimo Figlio». Il 25 marzo 1874, infine, l’Ecuador viene dedicato al Sacro Cuore di Gesù. In piedi, dopo i rintocchi delle campane e i colpi di cannone, davanti alla nazione, García Moreno si rivolge al Re Eterno: «Questo, Signore, è il tuo popolo»!

La Madre del Buon Successo presentava Gabriel García Moreno, sua promessa compiuta, al Dio che non muore, ma che trionfa nei suoi martiri
Nostra Signora del Buon Successo – Monastero Reale dell’Immacolata Concezione

Ecco i frutti della vivace vita interiore di Gabriel. La sua attività stava dando vita al nuovo Ecuador perché egli stesso era stato trasformato.

Il vulcano produce vigneti

Il nuovo Gabriel cinquantenne non è più il vecchio Gabriel della giovinezza. Il suo temperamento, sempre vulcanico, obbedisce ora ai dettami della ragione. La sua umiltà lo spinge a chiedere correzioni e a rifuggire gli onori. E il popolo, ammirato, osserva ancora il proprio presidente mentre visita i lebbrosi, insegna il Catechismo ai contadini, assiste alla Messa ogni giorno e recita a lungo il Rosario.

Il suo programma spirituale, scritto su un foglio di carta, è più che eloquente: mantenere sempre viva la presenza di Dio, fare il contrario di ciò che esige il temperamento collerico, fare l’esame di coscienza tre volte al giorno, non parlare di sé, dominare la vista e il palato. Ecco alcuni dei propositi messi in pratica dall’uomo più impegnato dell’Ecuador.

Quel Gabriel che aveva scalato il Pichincha prima dei venticinque anni avrebbe raggiunto la sua vera vetta solo dopo aver compiuto mezzo secolo di vita. Commentando una delle sue fotografie in età matura, il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira osserva: «Trasformando i difetti in una sorta di vulcani spenti, sulle cui pendici nascono vigneti – più o meno come il Vesuvio che, quando si comporta bene, produce splendidi vigneti –, c’è in lui qualcosa di una superiore e magnifica coerenza, di una superiore e magnifica rettitudine, […] che fanno sì che egli non stia guardando concretamente nulla e nessuno, ma contempli qualcosa che esiste ben al di sopra di se stesso».7

Cosa intravedeva al di sopra di sé? Forse una promessa che sussurrava: «un presidente al quale Dio concederà la palma del martirio nella piazza in cui sorge questo mio convento»…8

La vittoria finale

6 agosto 1875, primo venerdì del mese, giorno della Trasfigurazione del Signore. Il presidente dell’Ecuador si trova sul balcone del Palazzo del Governo, di fronte alla piazza che collega l’edificio al Monastero Reale dell’Immacolata Concezione, delle monache concezioniste, dove si trova una bella statua della Madonna del Buon Successo che aveva profetizzato meraviglie nel 1599.

Ha appena pregato nella cattedrale, dove forse aveva ripetuto a Dio la supplica che aveva rivolto al Papa: morire in difesa della Fede e della Chiesa.

All’improvviso, un grido:

— Tiranno!

E un colpo di machete si abbatte sulla nuca di García Moreno. Questi si difende con il bastone, ma arrivano altri giovani assassini, certamente istigati al crimine da istanze superiori. Il presidente, dopo aver ricevuto colpi di pistola e di machete, viene scaraventato da un balcone sulla piazza.

Il corpo di García Moreno subito dopo l’attentato

Uno degli assassini corre verso di lui e gli dilania il volto con ripetute coltellate, mentre urla furiosamente:

Muori! Muori!

Tra una coltellata e l’altra, García Moreno trova ancora la forza per un ultimo grido di fede:

Dio non muore!

* * *

Su Gabriel, quel giorno, si scontrarono la promessa della Vergine e il vulcano del Serpente infernale. E la promessa trionfò!

«C’è in lui qualcosa di una superiore e magnifica coerenza, di una superiore e magnifica rettitudine»
Ritratto ufficiale di Gabriel García Moreno, opera di Luis Cadena

Sì, trionfò! Aveva sconfitto il Pichincha, dominato l’Ecuador, assoggettato Gabriel. Gli mancava solo di vincere Dio… E Dio è vinto solo dalla Croce!

Mentre il popolo raccoglieva reliquie del suo amato leader, la Madre del Buon Successo presentava Gabriel García Moreno, sua promessa compiuta, al Dio che non muore, ma che trionfa nei suoi martiri. 

 

Note


1 SOUSA PEREIRA, OFM, Manuel. Vida admirable de la Madre Mariana de Jesús Torres y Berriochoa. Quito: Jesús de la Misericordia, 2008, vol. I, p. 159. Vale la pena ricordare che questo libro fu pubblicato per la prima volta nel 1790 (cfr. GUERRERO SAMANIEGO, Carlos Humberto. Fray Manuel Sousa Pereira: ¿Un franciscano oculto en el olvido? Guayaquil: [s.n.], 2019, p.18).

2 I dati storici riportati nel presente articolo sono stati estratti e verificati sulla base delle seguenti opere: GÁLVEZ, Manuel. Vida de Don Gabriel García Moreno. Quito: Jesús de la Misericordia, 2012; BERTHE, CSsR, Augustin. Garcia Moreno. Le héros martyr. Parigi: Retaux-Bray, 1939; PATTEE, Ricardo. Gabriel Garcia Moreno. E o Equador do seu tempo. Petrópolis: Vozes, 1956.

3 PATTEE, op. cit., p.124.

4 GÁLVEZ, op. cit., p.151.

5 Ibid., p.265.

6 Ibid., p.462.

7 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Conferenza. São Paulo, 13/1/1977.

8 Riguardo all’assassinio di Garcia Moreno, così si espresse il Beato Pio IX, Pontefice allora regnante, in un discorso ai pellegrini della città francese di Laval nel settembre 1875: «Fanatici hanno decretato la morte del rispettabile presidente, che giace sotto la lama dell’assassino, vittima della sua fede e della sua carità cristiana verso la patria». Nello stesso senso si espresse Papa Leone XIII il 20 gennaio 1888, in un’udienza concessa a un rappresentante del governo ecuadoriano: «Uomo che fu il campione della Fede Cattolica e al quale si applicano, a giusto titolo, le parole di cui si serve la Chiesa per celebrare la memoria dei santi martiri Tommaso di Canterbury e Stanislao di Polonia: cadde per la Chiesa sotto il pugnale degli empi». Il processo diocesano per la beatificazione di Garcia Moreno fu aperto nel 1939 dal Cardinal Carlos Maria de la Torre, Arcivescovo di Quito, motivo per il quale egli può essere considerato Servo di Dio.

 

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