La gloria della Croce

Contrariamente alle massime del mondo, portate al parossismo nei giorni in cui viviamo, il Divin Redentore ci insegna con le parole e con l’esempio qual è l’unica vera gloria.

Vangelo – V Domenica di Quaresima

In quel tempo, 20 tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci. 21 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

23 Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo. 24 In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto. 25 Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna. 26 Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà. 27 Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora! 28 Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

29 La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30 Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi. 31 Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

33 Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire (Gv 12, 20-33).

I – Dove sta la vera gloria?

Le deformazioni introdotte nella mentalità moderna a partire dall’influenza del cinema hollywoodiano – segnato dall’immancabile happy end, quell’immaginario lieto fine che si verifica solo sullo schermo – hanno accentuato negli ultimi decenni, fino al parossismo, la tendenza a detestare qualsiasi tipo di sofferenza, come se soffrire o doversi sacrificare fosse il massimo della disgrazia.

Parallelamente, è stato incentivato il fervente desiderio di godersi la vita, aumentando senza scrupolo i beni al fine di avere accesso ai piaceri più eccentrici e dispendiosi. Non vivono forse così, immerse in apparenti delizie, le celebrità di questo mondo? La tecnologia più avanzata, soprattutto nel campo della cibernetica d’avanguardia, le comodità più confortanti, le mode più stravaganti, insomma, un intero universo di divertimenti frenetici è alla portata di questo genere di persone.

Ecco allora l’illusione dei nostri contemporanei: essere una di esse per raggiungere presumibilmente un livello di felicità inimmaginabile. Si tratta di essere protagonisti di una specie di fiaba, spogliata, però, degli incanti del lusso aristocratico e ornata con abiti ostentati provenienti dalle lande desolate della bruttezza, accuratamente strappati e sporchi.

Ma è questa la vera gloria?

L’insegnamento del Divin Maestro

I nostri antenati la pensavano in maniera diversa. Ognuno valeva per le virtù che possedeva: onore, coraggio, educazione, onestà, perseveranza, solo per citarne alcune. E questi attributi diventavano ancora più meritevoli quando erano soprannaturalizzati dalla grazia, accuratamente preservata dai rischi che comportava perderla con il peccato. Così, i personaggi degni di lode si distinguevano per il fatto di aver dato la vita per una causa superiore, essendo stati capaci di affrontare rischi e fare coraggiose rinunce.

Per Gesù, modello supremo dell’umanità, la vera gloria consiste nella Croce, nell’accettazione virile e seria dell’olocausto portato fino all’estremo

Si pensi all’onore tributato ai soldati che versavano coraggiosamente il loro sangue per il bene della patria, alla considerazione riservata ai capifamiglia che conducevano un’esistenza austera per garantire condizioni migliori alla propria prole, o ancora all’ammirazione suscitata dall’esempio dei cavalieri di un tempo, sempre pronti a difendere con la propria vita i più deboli e bisognosi e, soprattutto, gli interessi più sublimi della Santa Chiesa.

Ebbene, il Vangelo di questa quinta Domenica di Quaresima fa luce su questa questione. Per Gesù, modello supremo dell’umanità, la vera gloria consiste nella Croce, nell’accettazione virile e seria dell’olocausto portato fino all’estremo. Nostro Signore ha corroborato quest’insegnamento con l’esempio crudelissimo dato nella Passione e, per questo motivo, ora Egli affronta e distrugge i miti e le fantasie con cui il demonio cerca di intrappolare tra le sue sordide grinfie gli spiriti creati per una gloria superiore. No, l’uomo non è nato per annaspare nelle paludi fangose di questo mondo, ma per conquistare le sacrosante vette dell’eroismo. E per questo, è indispensabile essere disposti ad abbandonare gli angusti confini dell’egoismo e a dotarsi delle armi della luce per combattere una magnifica battaglia.

Come insegnava il Dott. Plinio Corrêa de Oliveira, «la vita della Chiesa e la vita spirituale di ogni fedele sono una lotta incessante. Dio a volte dà alla sua Sposa giorni di una grandezza splendida, visibile, palpabile. Dà alle anime momenti meravigliosi di consolazione interiore o esteriore. Ma la vera gloria della Chiesa e del fedele risulta dalla sofferenza e dalla lotta. Lotta arida, senza bellezza sensibile né poesia definibile. Una lotta in cui a volte si avanza nella notte dell’anonimato, nel fango del disinteresse o dell’incomprensione, sotto le tempeste e i bombardamenti scatenati dalle forze combinate del demonio, del mondo e della carne. Ma una lotta che riempie di ammirazione gli Angeli del Cielo e attira le benedizioni di Dio».1 Per questo egli coronava le sue parole con l’epigrafe: «La vera gloria nasce solo dal dolore». Ecco la chiave di lettura del Vangelo di oggi.

II – La gloria è la Croce!

Il contesto del passo di San Giovanni scelto per questa Liturgia non poteva essere più decisivo e, allo stesso tempo, più critico nella vita del Signore. Nell’undicesimo capitolo di questo Vangelo, Egli aveva restituito la vita a Lazzaro, rompendo in mille pezzi la campana di silenzio con cui il Sinedrio cercava di avvolgere la sua azione. Di conseguenza, i capi ebrei decisero di sacrificare Gesù per il bene della nazione: «Da quel giorno dunque decisero di ucciderlo» (Gv 11, 53).

Gesù entra a Gerusalemme acclamato dalla folla. La provocazione al Sinedrio non poteva essere più grande! Il Divin Cavaliere correva verso la sua Passione

Tuttavia, «come un guerriero eccita il suo ardore» (Is 42, 13), dopo una rapida ritirata strategica Gesù torna a Betania dove Maria Lo unge una seconda volta con il purissimo profumo di nardo. La domenica successiva Egli entra trionfalmente a Gerusalemme, acclamato dalla moltitudine che fiancheggia la strada con rami di palma. La provocazione non poteva essere più audace! Il Divin Cavaliere correva incontro alla sua dolorosa Passione al punto che i farisei si dicevano l’un l’altro: «Vedete che non concludete nulla? Ecco che il mondo gli è andato dietro!» (Gv 12, 19).

“Ingresso di Nostro Signore a Gerusalemme”, di Pietro Lorenzetti – Basilica di San Francesco, Assisi

Ed è a Gerusalemme, dopo l’ingresso apoteotico di Nostro Signore sul dorso di un asino, che i greci presenti in occasione della Pasqua chiedono di vederLo.

Il premio dell’adorazione

In quel tempo,20 tra quelli che erano saliti per il culto durante la festa, c’erano anche alcuni Greci.

Con ogni probabilità, questo gruppo di greci era composto da proseliti, ossia da gentili che si stavano convertendo al giudaismo. Mossi dal buono spirito di seguire la religione rivelata, avevano acquisito le usanze dell’Antica Alleanza e avevano deciso di salire a Gerusalemme in occasione della solennità. Senza saperlo, sarebbero stati testimoni della Pasqua più importante della Storia, la vera Pasqua del Signore.

Così erano premiati coloro che avevano abbandonato l’ignoranza politeista per abbracciare la religione del Dio vivente. Mentre salivano per adorare il Signore, incontrarono Qualcuno che valeva molto più del Tempio e che stava per compiere il suo sacrificio come Sommo Sacerdote dei tempi nuovi, offrendoSi come Vittima di propiziazione per i peccati non solo del popolo eletto, ma di tutta l’umanità.

Umiltà e amore

21 Questi si avvicinarono a Filippo, che era di Betsàida di Galilea, e gli chiesero: «Signore, vogliamo vedere Gesù». 22 Filippo andò a dirlo ad Andrea, e poi Andrea e Filippo andarono a dirlo a Gesù.

È interessante notare l’atteggiamento dei greci che non cercano il Signore direttamente, ma mediante uno degli Apostoli. A sua volta, Filippo, che essi avevano interpellato, agisce in modo simile, discutendo con Andrea, fratello di Simon Pietro, sul modo migliore per trasmettere al Maestro la richiesta di quei proseliti.

Quando è sprovvisto di umiltà, l’amore perde la sua fiamma perché l’orgoglio rende l’uomo importuno e maleducato. In questi versetti, al contrario, vediamo la congiunzione armoniosa della carità con il timore reverenziale. I greci non si rivolgono al Maestro, ma al discepolo, e quest’ultimo si reca dal Signore in compagnia di qualcuno più rappresentativo, fornendo, oltre al probabile incontro omesso dall’Evangelista, uno dei discorsi più profondi e belli di Gesù. San Paolo a ragione afferma: «La carità è paziente, è benigna la carità; non è invidiosa la carità, non si vanta, non si gonfia» (1 Cor 13, 4-5).

L’ora della gloria

23 Gesù rispose: «È giunta l’ora che sia glorificato il Figlio dell’uomo».

Sant’Agostino2 afferma che la gloria è la conoscenza chiara con lode. Quando qualcosa di buono si manifesta chiaramente e causa l’esclamazione entusiasta di chi ammira, allora si ha la gloria. Di conseguenza, affermare che era giunta l’ora in cui il Figlio dell’Uomo sarebbe stato glorificato significava principalmente che il segreto della divinità di Cristo, rivelato solo ai discepoli, sarebbe diventato accessibile alla moltitudine.

Colpisce il fatto che questa “ora” sia quella della Croce, e quindi del massimo dell’umiliazione e del disprezzo. Come sarebbe stato possibile manifestare la gloria divina in mezzo al fallimento? Eppure, così fu. San Matteo narra che, quando vide ciò che accadde al momento della Morte del Signore, «il centurione e quelli che con lui facevano la guardia a Gesù, sentito il terremoto e visto quel che succedeva, furono presi da grande timore e dicevano: ‘Davvero costui era Figlio di Dio!’» (Mt 27, 54).

“Compianto sul Cristo morto”, di Giotto di Bondone – Cappella degli Scrovegni, Padova

I greci volevano vedere Gesù, ma fu solamente dopo la Passione, quando contemplarono le pompe funebri con cui il Padre Eterno rendeva solenne la morte del Figlio scuotendo gli elementi, che alcuni pagani aprirono gli occhi allo splendore della divinità fino ad allora nascosta. In modo meraviglioso e sorprendente, il mistero sanguinoso del Golgota divenne, di fatto, l’ora della gloria del Figlio Incarnato.

Gesù è la divina semente

24 «In verità, in verità vi dico: se il chicco di grano caduto in terra non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto».

Nostro Signore spiega ai suoi discepoli l’importanza di dare la propria vita per la causa di Dio. Egli lo farà sulla Croce e ognuno dei suoi seguaci dovrà farlo a sua volta, secondo il disegno della Provvidenza. La morte perde così il suo carattere tragico e si trasforma in motivo di speranza, grazie al martirio subito da Cristo.

Egli Si presenta ai suoi come il seme destinato a dare frutto: se non fosse morto, gli effetti della Redenzione non si sarebbero ottenuti e la sua gloria non si sarebbe manifestata alle nazioni

San Tommaso3 commenta che Nostro Signore Si presenta ai suoi seguaci come il seme destinato a dare frutto: se Egli non fosse morto, non si sarebbero ottenuti gli effetti della Redenzione. Tra questi, l’Angelico ne elenca tre: la remissione dei peccati – «Cristo è morto una volta per sempre per i peccati, giusto per gli ingiusti, per ricondurvi a Dio» (1 Pt 3, 18); la conversione delle genti – «Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me» (Gv 12, 32); e l’apertura delle porte del Cielo, l’accesso alla gloria da parte dell’umanità rigenerata dalla forza del suo Sangue – «Avendo dunque, fratelli, piena libertà di entrare nel santuario per mezzo del sangue di Gesù, per questa via nuova e vivente che Egli ha inaugurato per noi attraverso il velo, cioè la sua carne» (Eb 10, 19-20).

Perdere la vita per conservarla?

25 «Chi ama la sua vita la perde e chi odia la sua vita in questo mondo la conserverà per la vita eterna».

Ecco un principio che spaventa gli uomini carnali e mediocri: è necessario morire per conservare la vita. Oltre a sembrare contraddittorio, esige il massimo sacrificio al fine di ottenere l’eternità felice, il che provoca fastidio e noia a coloro che vivono come bruti, con lo sguardo rivolto alla terra. Quelli che aspirano alle cose del Cielo, invece, sentono questa massima del Signore come un richiamo divino che li riempie di speranza e di ardore.

Ecco un principio che spaventa gli uomini carnali e mediocri: è necessario morire al mondo e ai suoi piaceri per conservare la vita eterna e guadagnarsi il Cielo

Egli stesso metterà in pratica questo insegnamento affrontando la Morte ignominiosa per conquistare il trionfo della Risurrezione, come ricorda San Paolo: «Anche noi dunque, circondati da un così gran nugolo di testimoni, deposto tutto ciò che è di peso e il peccato che ci assedia, corriamo con perseveranza nella corsa che ci sta davanti, tenendo fisso lo sguardo su Gesù, autore e perfezionatore della fede. Egli in cambio della gioia che Gli era posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia, e si è assiso alla destra del trono di Dio» (Eb 12, 1-2).

Ma quale vita si perde e quale si guadagna? Si perde la vita temporale, si guadagna la vita eterna. Si abbandonano i piaceri passeggeri legati alla buona fama, alle comodità, alla sicurezza e ai piaceri illeciti opposti alla virtù angelica, per abbracciare una vita austera, segnata dalla lotta e dalla persecuzione, che in un certo senso implica il morire al mondo pur rimanendo in esso. A coloro che abbracciano questo tipo di morte è riservata la vera vita: il Cielo. Coloro che si aggrappano ai piaceri di un’esistenza voluttuosa, invece, perderanno per sempre la propria anima nelle terribili e sinistre profondità dell’inferno.

Non c’è onore più grande

26 «Se uno mi vuol servire mi segua, e dove sono io, là sarà anche il mio servo. Se uno mi serve, il Padre lo onorerà».

I discepoli devono intendere il servizio al Maestro come una sequela. Nel Vangelo, seguire significa imitare e, per questo, è necessario che ogni fedele si proponga di andare al seguito del Signore fino in cima al Calvario stesso, rinunciando a tutto. Chi agirà in questo modo sarà onorato da Dio, come spiega San Tommaso: «Il Padre dice: ‘Chi mi onorerà anch’io l’onorerò’ (1 Sam 2, 30). Perciò chi serve Gesù, non cercando i propri interessi ma quelli di Gesù Cristo, sarà onorato dal Padre di Gesù».4

Quanti si affannano a compiere notevoli sacrifici per guadagnarsi l’applauso degli uomini che finisce per essere effimero e inconsistente. Non vale forse più la pena sforzarsi per conquistare gli onori del nostro buon Padre del Cielo? Questi ci riempiranno di felicità assoluta per tutta l’eternità! Ognuno faccia la sua scelta.

L’ora sublime e tragica di Gesù

27 «Ora l’anima mia è turbata; e che devo dire? Padre, salvami da quest’ora? Ma per questo sono giunto a quest’ora!».

Nostro Signore manifesta la sua angoscia ai discepoli, forse sperando in una qualche consolazione da parte loro. La sua ora sarà al tempo stesso sublime e tragica.

Sublime perché in essa si evidenzierà l’amore di Dio per gli uomini. Sospeso sulla Croce e coperto di piaghe, Gesù mostrerà al genere umano fino a che estremo di radicalità arriva l’amore Suo e del Padre per i peccatori.

Ma l’ora di Gesù sarà anche tragica, perché si svolgerà in mezzo a un oceano di terribili patimenti. Senza dolore non c’è vero amore in questa valle di lacrime. Il sacrificio di se stessi portato al limite estremo è l’unica prova di un amore disinteressato e santo.

La Croce e la gloria

28 «Padre, glorifica il tuo nome». Venne allora una voce dal cielo: «L’ho glorificato e di nuovo lo glorificherò!».

La supplica di Gesù è come un grido di battaglia. Di fronte alla prospettiva drammatica dell’avvicinarsi della Passione, il suo spirito non si lascia dominare dalla paura; anzi, pieno di santo coraggio, chiede al Padre di portare a compimento l’opera della Redenzione con tutto ciò che essa comporta di sanguinoso e umiliante. E in questo, proprio in questo, consiste la gloria del Padre. Nelle ferite, nel disprezzo e nella morte, il Nome del Padre, che è il Verbo Eterno, si manifesterà in modo splendente per mezzo dell’umanità sfigurata del Signore.

Richiama l’attenzione la risposta del Padre, perché essa manifesta la relazione tra le Tre Persone della Trinità prima e dopo l’Incarnazione. Il Padre, generando il Figlio e amandoLo con dilezione eterna nello Spirito Santo, ha glorificato il suo Verbo circondandoLo di infinito affetto. Anche sulla Croce, nel mezzo del suo apparente abbandono e annichilimento, il Padre inonderà Gesù di affetto nel Paraclito, per la sua consegna sconfinata e la sua pietà filiale.

Se vogliamo essere amati da Dio, già conosciamo la strada: chiediamo la forza di percorrere la via del dolore fino in fondo, e allora avremo vinto e conquistato la corona immarcescibile della gloria.

Non tutti sanno distinguere la voce del Padre

29 La folla che era presente e aveva udito diceva che era stato un tuono. Altri dicevano: «Un angelo gli ha parlato». 30 Rispose Gesù: «Questa voce non è venuta per me, ma per voi».

La folla non riesce a distinguere con nitidezza la voce del Padre perché le sue orecchie interiori non sono pronte a captare la tessitura divina, se non nei suoi accidenti. Alcuni sentono un suono come di tuono, che indica la grandezza imponente e minacciosa di Dio, particolarmente suggestiva per coloro che non vivono in conformità con le sue leggi. Altri percepiscono che si tratta di una comunicazione soprannaturale, ma la attribuiscono a un Angelo. Non riescono a intuire la divinità di Gesù considerandoLo meno di quello che realmente era: nella migliore delle ipotesi un grande profeta, mai il Figlio dell’Altissimo.

“Crocifissione”, del Beato Angelico – Metropolitan Museum of Art, New York

Tuttavia, la voce del Padre si fa sentire da loro, per salvarli. Chiediamo la grazia di avere le orecchie interiori sempre aperte ai suggerimenti divini che non cessano di bussare alla nostra porta per guidarci alla verità completa.

La Croce giudica, sconfigge, attrae, trionfa

31 «Ora è il giudizio di questo mondo; ora il principe di questo mondo sarà gettato fuori. 32 Io, quando sarò elevato da terra, attirerò tutti a me».

33 Questo diceva per indicare di qual morte doveva morire.

Facendo riferimento al tipo di morte che Gli sarebbe spettata per determinazione del Padre, Gesù annunciò il giudizio del mondo. Che significa questo? Essendo la manifestazione più luminosa dell’amore, la Croce sarebbe diventata il parametro della radicalità richiesta agli uomini nell’adempimento dei due comandamenti che riassumono l’intera Legge. Non si sarebbe più potuto amare Dio sopra ogni cosa e il prossimo come se stessi senza abbracciare il dolore e la sofferenza, con un entusiasmo analogo a quello di Gesù quando portò il Sacro Legno e Si lasciò inchiodare su di esso. Chi avesse amato la Croce sarebbe stato considerato giusto, chi l’avesse odiata avrebbe comperato la sua stessa condanna.

Essendo la manifestazione più luminosa dell’amore, la Croce sarebbe diventata il parametro della radicalità richiesta agli uomini nell’adempimento dei due comandamenti che riassumono l’intera Legge

La Croce manifesta anche la sconfitta del demonio, principe di questo mondo. Su di essa il Figlio di Dio Si umiliò, facendoSi obbediente fino alla morte. Con la sua perfettissima sottomissione tinta di sangue, Nostro Signore riparò al peccato dei nostri progenitori e distrusse l’impero dell’impostore per eccellenza, Satana. Da quel momento in poi, chiunque avesse abbracciato la Croce con fede e determinazione non avrebbe mai potuto essere sconfitto; al contrario, avrebbe schiacciato e calpestato il nemico infernale.

Infine, l’Evangelista menziona la bellezza affascinante della Divina Vittima inchiodata alla Croce, capace di attirare tutti a Sé. La forza di attrazione dell’amore è incalcolabile, e non c’è stato, non c’è e non ci sarà un amore così estremo, così generoso, così eroico come quello dell’Agnello Immolato. Come mai allora tanti uomini lo rifiutano? Ecco il mistero dell’iniquità: chi può intendere il peccato? (cfr. Sal 19, 13).

Amare è una cosa seria e richiede rinuncia e dono di sé, ma non tutti vogliono pagare questo tributo, preferendo rimanere comodamente installati nelle ristrette mura dell’egoismo

Amare è una cosa seria e richiede rinuncia e dono di sé. Non tutti vogliono pagare questo tributo, preferendo rimanere comodamente installati nelle ristrette mura dell’egoismo. Guai a quelli che rifiutano l’amore del Crocifisso, mostratoci così chiaramente! Guai a coloro che non vogliono imitarLo nell’amore verso Dio e verso i loro fratelli! Sarebbe meglio se non fossero nati, come fu detto a Giuda il traditore (cfr. Mt 26, 24). Ma beati quelli che amano la Croce, perché trionferanno con Gesù nei secoli dei secoli!

III – La gloria di soffrire con spirito soprannaturale

In larga misura, la nostra esistenza in questo mondo consiste nella sofferenza. La Croce costituì senza dubbio una sfida di proporzioni gigantesche per lo stesso Gesù, ma Egli la affrontò con il coraggio del più audace dei guerrieri, confidando nell’amore del Padre. Imitiamo il nostro Salvatore.

Imitiamo il nostro Salvatore, che ha affrontato sofferenze di proporzioni gigantesche con il coraggio del più audace dei guerrieri, confidando nell’amore del Padre

Egli è il nostro modello, la nostra guida, il cammino che Dio ha tracciato per noi per raggiungere il Cielo. È anche la nostra forza invincibile, il nostro compagno inseparabile. Nessuno porta la propria croce da solo, perché Gesù Si fa nostro Divino Cireneo.

Confidiamo quindi nel suo aiuto e in quello della sua Santissima Madre, Corredentrice del genere umano, che con Lui ci ha salvato dai nostri peccati. ◊

 

La vera gloria nasce solo dal dolore

Plinio Corrêa de Oliveira

In lontananza, una folla assiste – con il consueto e naturale entusiasmo – a una sfilata dei granatieri della regina nelle loro uniformi di gala.

Le tattiche militari hanno da tempo reso inutili uniformi come questa: pantaloni neri, dòlman rossi con cintura e ornamenti bianchi, guanti bianchi, un grande berretto di pelliccia. Esse, però, sono state conservate per scopi morali: per mantenere la tradizione dell’esercito e far sentire al popolo lo splendore della vita militare.

La gloria, infatti, deve essere espressa attraverso simboli. Dio Se ne serve per manifestare agli uomini la propria grandezza. E in questo, come in tutto il resto, dobbiamo imitare Dio. Ora, l’uniforme dei granatieri, la loro marcia impeccabilmente cadenzata e allineata, la fierezza con cui il portabandiera conduce lo stendardo nazionale e il picchetto indica la direzione della marcia, il rullo dei tamburi e lo squillo delle trombe, tutto ciò, in una parola, esprime la bellezza morale insita nella vita militare: l’elevazione dei sentimenti, l’abnegazione fino al sangue, la forza di intraprendere, rischiare e vincere, la disciplina, la gravità, l’eroismo insomma.

“Trooping the Colour” nel 2018

C’è gloria, e vera gloria, che risplende in tutta questa atmosfera.

Ma, insomma, la gloria è questo? Consiste forse nell’indossare un’uniforme anacronistica, nell’eseguire manovre che non hanno più alcuna corrispondenza reale con la battaglia moderna, nel suonare tamburi e trombe, nel calpestare con fermezza il suolo per acquisire per sé e dare agli altri l’impressione di essere un eroe? Nell’avanzare “coraggiosamente” in un campo senza ostacoli o rischi, come chi va incontro a un nemico che non c’è, e ottenere come premio gli applausi inebrianti della folla? Questo è la gloria? O è teatro, spettacolo, operetta?

Nella seconda fotografia abbiamo l’altra faccia della gloria militare. Immerso completamente nella tragedia della lotta armata, questo giovane soldato della guerra di Corea sembra non avere un’età definita. Della giovinezza ha la robustezza. Ma il vigore, lo splendore, la freschezza sono scomparsi. La sua pelle, rovinata da interminabili giorni di sole e notti intere di vento e tempesta, sembra aver assunto una consistenza non molto diversa dal cuoio. Non c’è nemmeno la minima preoccupazione per l’eleganza nei suoi abiti: tutto è disposto in modo da proteggere dalla durezza del clima e consentire movimenti facili e agili, nel fango, nel sottobosco, sulle colline scoscese, sotto l’azione implacabile dei bombardamenti.

La lotta, la resistenza e l’avanzamento sono gli obiettivi a cui tutto in quest’uomo è ordinato. Il suo volto da molto tempo non è illuminato da un sorriso, il suo sguardo sembra immobilizzato nella continua vigilanza contro gli uomini e gli elementi.

Soldato commentato dal Dott. Plinio

In lui non c’è la preoccupazione dei grandi slanci o dei gesti teatrali. Si concentra sulle mille banalità dell’autentica vita quotidiana delle guerre. Non vuole avere un ruolo importante per sé o per gli altri. Vuole la vittoria di una grande causa. Questo spiega la sua serietà, la sua dignità e la sua forza di resistenza.

È penetrato fino all’ultima fibra da una grande fatica e da un grande dolore. Ma una fatica minore dell’inflessibile resistenza di anima e corpo che lo supera e lo vince. Un dolore che è coscientemente sentito e accettato fino ai suoi limiti e alle sue conseguenze estreme, per amore della causa per cui sta combattendo.

Questo è il lato doloroso e forse tragico della vita militare. È lì che sta il merito, è da lì che nasce la gloria.

Uniformi vistose, armi scintillanti, marce cadenzate, parate ostentate, trombe, tamburi, applausi interminabili da parte di un pubblico inebriato: sono tutte esteriorità legittime, persino necessarie, nella misura in cui esprimono il desiderio di combattere e di sacrificarsi per il bene comune. Ma tutto questo non sarebbe altro che un’operetta se questo coraggio non fosse autentico e dimostrato, come lo è, infatti, dai granatieri della Regina Elisabetta.

Considerazioni di ordine naturale, certo. Ma da esse possiamo trarre materiale per elevarci a un livello superiore.

La vita della Chiesa e la vita spirituale di ogni fedele sono una lotta incessante. Dio a volte dà alla sua Sposa giorni di una grandezza splendida, visibile, palpabile. Alle anime dona momenti di meravigliosa consolazione interiore o esteriore.

Ma la vera gloria della Chiesa e del fedele risulta dalla sofferenza e dalla lotta.

Una lotta arida, senza bellezza sensibile o poesia definibile. Una lotta in cui a volte si avanza nella notte dell’anonimato, nel fango del disinteresse o dell’incomprensione, sotto le tempeste e il bombardamento scatenato dalle forze combinate del diavolo, del mondo e della carne. Ma una lotta che riempie di ammirazione gli Angeli del Cielo e attira le benedizioni di Dio. ◊

Estratto da: Catolicismo.
Campos dos Goytacazes. Anno VII.
N.78 (giugno 1957); p.7

 

 

Note


1 CORRÊA DE OLIVEIRA, Plinio. Ambientes, Costumes, Civilizações: A verdadeira glória só nasce da dor. In: Catolicismo. Campos dos Goytacazes. Anno VII. N.78 (giugno, 1957); p.7.

2 Cfr. SANT’AGOSTINO. Contra Maximinum arianorum episcopum. L.II, c.13, n.2: PL 42, 770.

3 SAN TOMMASO D’AQUINO. Lectura super Ioannem, c. XII, lett. 4.

4 Idem, ibidem.

 

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