Catechismo della Chiesa Cattolica
§ 1387 Per prepararsi in modo conveniente a ricevere questo sacramento, i fedeli osserveranno il digiuno prescritto nella loro Chiesa. L’atteggiamento del corpo (gesti, abiti) esprimerà il rispetto, la solennità, la gioia di questo momento in cui Cristo diventa nostro ospite.
Questo paragrafo del Catechismo ci esorta a prepararci adeguatamente a ricevere la Santa Eucaristia, sottolineando tre aspetti importanti.
In primo luogo, come ricorda Pio XII nella Costituzione apostolica Christus Dominus, era consuetudine fin dal IV secolo distribuire la Santa Comunione ai fedeli che fossero a digiuno. I Concili di Ippona, del 393, e il III Concilio di Cartagine, del 397, stabilivano già che fosse necessario astenersi da ogni alimento per un certo periodo prima della Celebrazione Eucaristica.
A causa dei cambiamenti nella società contemporanea, nel 1953 il Papa stesso ridusse il tempo di digiuno tradizionale per la ricezione dell’Eucaristia, che iniziava a mezzanotte, a tre ore in determinate circostanze. Successivamente, nel 1964, Paolo VI1 prescrisse la regola di un’ora di digiuno in preparazione alla ricezione della Santa Comunione, con l’eccezione del consumo di acqua e medicinali, come avviene ancora oggi.2 I sacerdoti che celebrano due o tre Messe nello stesso giorno possono assumere cibo tra l’una e l’altra; gli anziani, gli ammalati e i loro assistenti sono dispensati dal digiuno.3
Tali attenuazioni miravano a facilitare la partecipazione dei fedeli al Sacro Banchetto, specialmente nelle Messe vespertine. In questo modo, si è mantenuto inalterato il carattere didattico della prassi. Si tratta infatti di una disposizione disciplinare che mira a predisporre il corpo e la mente alla ricezione del Pane degli Angeli.
In secondo luogo, l’articolo indica un certo “atteggiamento corporale”, per indicare che i fedeli devono presentarsi e comportarsi durante i riti eucaristici in modo consono alla magnificenza dell’atto. L’abbigliamento decoroso e dignitoso, il sacro silenzio e le genuflessioni non sono gesti vani e pratiche inutili imposte arbitrariamente dalla Chiesa. Al contrario, si tratta di espressioni di pietà, riverenza e lode che predispongono i fedeli a una partecipazione attiva al Sacramento dell’Altare.4
Infatti, San Tommaso d’Aquino5 osserva che il culto di latria richiede atti esterni. Attraverso queste espressioni, rendiamo grazie a Cristo Sacramentato e riconosciamo che Lui, offrendosi nelle Sacre Specie, ci manifesta un amore infinito.
Infine, l’espressione «Cristo diventa nostro ospite» evidenzia il vincolo di divina intimità stabilito con il nostro Redentore. Ora, affinché questa “ospitalità” nel tempio delle nostre anime produca vera gioia spirituale, è necessario che ci troviamo in amicizia con Dio, cioè, liberi da ogni peccato mortale, come esorta con veemenza San Paolo (cfr. 1 Cor 11, 27-29).
Preghiamo, dunque, Maria Santissima, il cui seno ha formato il Corpo e il Sangue stesso di Cristo, affinché ci ottenga sempre la grazia di ricevere il suo dilettissimo Figlio nell’Eucaristia con le stesse disposizioni di amore, pietà e devozione del suo Cuore Immacolato. ◊
Note
1 Cfr. SAN PAOLO VI. Tempus eucharistici ieiunii servandi reducitur: AAS 57 (1965), 186.
2 Cfr. CIC, can. 919 § 1.
3 Cfr. idem, § 2-3.
4 Cfr. CONCILIO VATICANO II. Sacrosanctum concilium, n.30.
5 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.81, a.7.

