Noto che alcune persone utilizzano parole scurrili, giustificandosi dicendo che possono essere usate in caso di necessità, ad esempio, per dare maggiore enfasi a un argomento. Alcuni dicono anche che nella Bibbia non c’è nulla al riguardo. Confesso di essere un po’ confuso, perché i miei genitori mi hanno sempre proibito di usare tali parole. Potrebbe aiutarmi a capire?
José C. F. – Ouro Preto (Brasile)
Le Sacre Scritture condannano le parole scurrili, come insegna San Paolo nella Lettera agli Efesini: «Nessuna parola cattiva esca più dalla vostra bocca; ma piuttosto, parole buone che possano servire per la necessaria edificazione, giovando a quelli che ascoltano. E non vogliate rattristare lo Spirito Santo di Dio, col quale foste segnati per il giorno della redenzione. Scompaia da voi ogni asprezza, sdegno, ira, clamore e maldicenza con ogni sorta di malignità» (4, 29-31).
Prima di questo passaggio, l’Apostolo aveva già esortato i cristiani a spogliarsi dell’uomo vecchio, a rinunciare alla vita passata e a rinnovarsi interiormente, rivestendosi dell’uomo nuovo, creato a immagine di Dio (cfr. Ef 4, 22-24). Per questo motivo, l’abbandono del linguaggio volgare, rozzo e indecente fa parte del processo di conversione del cristiano, per non rischiare di rattristare il Paraclito.
Infatti, le parole indecorose solitamente esprimono pensieri iracondi, lussuriosi o volgari, indegni di un vero discepolo di Nostro Signore Gesù Cristo, che deve distinguersi per un vocabolario limpido ed elevato, testimoniando così la sua carità e la sua purezza, poiché «la bocca parla dalla pienezza del cuore» (Lc 6, 45). La terribile diffusione del turpiloquio è un sintomo molto significativo della crisi morale che affligge il mondo. Notiamo sempre più spesso, in ambienti pubblici e privati, il ricorso a espressioni sconvenienti e prive di pudore, che molti arrivano persino a vantarsi di utilizzare.
In Dio, l’essere e la parola sono un’unica realtà. Il Verbo – afferma San Giovanni – era presso Dio ed era Dio (cfr. Gv 1, 1). Per gli uomini, però, sembra non essere così; la parola a volte si differenzia dall’essere a causa di varie circostanze, sebbene questo non sia l’ideale. Creati a immagine e somiglianza di Dio (cfr. Gn 1, 26-27), dobbiamo cercare l’armonia tra quello che siamo e quello che esprimiamo, in modo che in noi risplenda qualcosa del nostro Artefice. L’integrità, sottolinea il Catechismo della Chiesa Cattolica, «non tollera né doppiezza di vita, né doppiezza di linguaggio» (CCC 2338).
Vi è un altro motivo per considerare grave il ricorso abituale a espressioni volgari in momenti di rabbia o di agitazione. Le cosiddette «parolacce» sono spesso indecenti, poiché si riferiscono a realtà legate all’ambito del Sesto Comandamento della Legge di Dio.
Sempre nella Lettera agli Efesini, San Paolo insegna: «volgarità, insulsaggini, trivialità: cose tutte sconvenienti» (5, 4). La volgarità e la lussuria presenti nelle parole impure macchiano e deturpano l’anima di chi le pronuncia e, in un certo senso, feriscono anche la dignità di chi le ascolta. L’espressione orale riflette l’intimo del cuore e, allo stesso tempo, lo plasma e lo influenza. Per questo motivo, il linguaggio indecoroso rappresenta un attentato al «tempio di Dio» (1 Cor 3, 16) che è l’uomo. Ed è per questo che San Paolo lo condanna con tanta severità.
Infine, è opportuno sottolineare che avere un linguaggio rispettoso, dignitoso ed elevato è parte indispensabile della buona educazione cristiana, della cortesia e dell’apostolato. ◊

