Se moriamo con Cristo, vivremo con Lui

La morte al peccato significa nuova vita in Cristo mediante la carità. Quando amiamo, allora viviamo.

28 giugno – XIII Domenica del Tempo Ordinario

L’immortalità: ecco il sogno dell’essere umano sin dalla caduta originale… Infatti, con il peccato la morte è entrata nel mondo (cfr. Rm 5, 12). Ma come ristabilire la vita? Paradossalmente, attraverso la morte, come ammonisce Nostro Signore nel Vangelo di questa domenica: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà» (Mt 10, 39). Anche San Paolo è categorico: «Ma se siamo morti con Cristo, crediamo che anche vivremo con lui» (Rm 6, 8). Ecco il mistero divino: si guadagna la vita solo quando la si perde.

San Tommaso d’Aquino, seguendo la Tradizione, commenta che tale morte consiste nella partecipazione alla Morte di Cristo mediante il Battesimo.1 Quando questo Sacramento viene amministrato per immersione, il catecumeno viene immerso per tre volte, per rappresentare il triduo della Morte del Redentore. Per questa ragione, la Chiesa Cattolica battezza solitamente i catecumeni durante la Veglia Pasquale, al termine dei giorni della sepoltura di Gesù. Il battezzato “muore” per vivere. Poiché i Sacramenti della Nuova Legge realizzano ciò che significano, il Battesimo produce realmente la morte del peccato.

Ma la morte nei confronti del peccato significa anche nuova vita in Cristo mediante la carità. Per mezzo della grazia, c’è una restaurazione del Paradiso, poiché il giusto è veramente «una creatura nuova» (2 Cor 5, 17). Quando amiamo, allora viviamo veramente, poiché la vita della nostra anima è l’amore.2

Nel Vangelo Nostro Signore avverte: «Chi ama il padre o la madre più di Me non è degno di Me» (Mt 10, 37). E subito aggiunge: «Chi non prende la propria croce e non Mi segue, non è degno di Me» (Mt 10, 38). Con queste parole, chiarisce che, sotto il regime della grazia, è necessario adempiere il Primo Comandamento in modo ancora più perfetto; si tratta di un amore incondizionato verso Dio sopra ogni cosa, persino sopra la nostra vita e sopra coloro che vivono nella nostra casa.

Così, spiega l’Aquinate, il nostro amore per Dio implica anche un odio implacabile verso il peccato, perché contrario a Lui. Per questo motivo i peccatori, «per la loro natura, devono essere amati con amore di carità. Invece la loro colpa è contraria a Dio ed è un ostacolo alla beatitudine. Quindi, per la colpa con la quale si oppongono a Dio, tutti i peccatori meritano di essere odiati, compresi il padre, la madre e i parenti, come dice il Vangelo di Luca. Infatti nei peccatori dobbiamo odiare il fatto che sono peccatori, e amare il fatto che sono uomini capaci della beatitudine. E ciò significa amarli veramente per Dio con amore di carità».3

Di conseguenza, quando il nostro amore si purifica dal peccato, portandoci a odiare il male senza riserve, la nostra anima si apre al vero amore che, condotto dallo Spirito Santo, ci permette di amare il prossimo come noi stessi, facendo così morire l’uomo vecchio e nascere l’uomo nuovo (cfr. Rm 6, 6).

Questo amore non conosce la morte: persevera fino alla beatitudine nel Paradiso Celeste. Per mezzo di esso restauriamo la nostra immortalità poiché, come scrive l’Apostolo, «la carità non avrà mai fine» (1 Cor 13, 8). 

 

Note


1 Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Epistolam ad Romanos, c.VI, lect.1, n.474.

2 Cfr. SAN FRANCESCO DI SALES. Trattato dell’amore di Dio. L.VII, c.7.

3 SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. II-II, q.25, a.6.

 

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